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Il Predellino pubblica uno stralcio del libro scritto da Mattia Ferraresi e Martino Cervo dal titolo “Obama. L’irresistibile ascesa di un’illusione”. Il libro di Cervo e Ferraresi è semplicemente bello, semplice. In una parola: godibile. Ma non per questo semplicistico, scontato, banale. È una splendida lettura estiva e per questo vivamente consigliata dal Predellino. Speriamo che questo “assaggio” vi convinca. Sono dieci euro spesi alla grande!
2.1 Master Cool
Pare sia lui a dirigere ogni cosa, dal momento che non si sente mai parlare di nessun altro. Meno male che è del partito! robert h. benson, Il padrone del mondo
Sono così sovraesposto che Paris Hilton al confronto sembra una reclusa. barack obama, in «Sunday Times Magazine», 5 novembre 2006
La storia d’amore nasce, misteriosa e un po’ camuffata, negli anni di Chicago. Quando, dopo mesi di frustranti tentativi a vuoto, Barack Obama riesce a convincere un gruppo di mamme a chiedere informazioni all’amministrazione locale a proposito dei test sull’amianto nelle loro case, le accompagna all’ufficio del direttore della cha, l’ente che si occupa delle abitazioni popolari. Il direttore è fuori, le signore vengono sostanzialmente respinte. Il clima, racconta Obama, si tende un po’. «Mi dispiace. Se non ve ne andate immediatamente dovrò chiamare la vigilanza», minaccia l’assistente. «In quell’istante si aprirono le porte dell’ascensore ed entrarono diverse troupe televisive, insieme a numerosi cronisti. “È questa la protesta sull’amianto?”, mi chiese uno di loro». Bingo. Una cosa in parte simile accade qualche lustro più tardi. Obama contende la poltrona di senatore al rivale repubblicano dello stato dell’Illinois. Quest’ultimo mette un ragazzetto tignoso alle calcagna del contendente. Il giovanotto, Justin, ha un solo, asfissiante compito: perseguitare Barack restandogli a un metro di distanza per tutta la campagna elettorale con una videocamera perennemente accesa a caccia di errori, scivoloni, debolezze private. «Dopo due o tre giorni così, ho deciso che ne avevo abbastanza. Con Justin alle calcagna sono andato nell’ufficio stampa del Campidoglio e ho chiesto ad alcuni reporter che stavano pranzando di radunarsi. “Ehi ragazzi!”, ho detto. “Voglio presentarvi Justin. Justin è stato incaricato da Ryan di seguirmi ovunque io vada”»Non c’è bisogno di spiegare che per il tg della sera Justin era già una storia gustosissima, né di aggiungere che il rivale fu costretto a dirgli di rimettersi nella truppa dei cronisti rimediando una pessima figura che contribuì alla sconfitta, di lì a poche settimane. Bingo di nuovo, insomma: «A un certo punto la mia campagna ha iniziato a godere di una misteriosa ed elusiva euforia; è diventato di moda tra i ricchi promuovere la causa, e piccoli donatori in tutto lo Stato hanno iniziato a mandare assegni via internet a una velocità che non ci saremmo mai aspettati». Bingo. Ecco, bisogna pensare a un bingo su scala globale, incarnato da un nero di poco più di 40 anni in corsa per una Casa Bianca che si appresta a essere lasciata da uno dei suoi inquilini più grottescamente disprezzati dalla stampa italiana dal dopoguerra a oggi. Il texano che sta nel ranch di Crawford, il guerrafondaio amico di Berlusconi, il difensore dei ricchi e dei bigotti, l’orco incurante dell’effetto serra che non firma il protocollo di Kyoto. Non solo. Obama corre contro l’ennesimo wasp, il roccioso John McCain, emblema dell’eroe a stelle e strisce al quale si guarda con intenerito affetto, magari un po’ patetico. Al fascino umano si aggiunge la carica politica. Rovesciare il bushismo diventa non solo operazione presentabile ma indispensabile. Giovane, nuovo, contro la guerra, contro Guantanamo. Con qualche anno di ritardo sull’infoiamento d’Oltreoceano, anche da noi si percepisce il cambiamento possibile, l’icona di un’America della quale si può tornare finalmente a essere sostenitori senza dirlo sottovoce. Aiuta in questo l’affastellarsi, nella vita politica italiana, degli stessi, costanti personaggi. Obama inizia a fare capolino sui nostri quotidiani mentre il secondo governo di Romano Prodi agonizza, per prepararsi a essere sostituito dal terzo di Silvio Berlusconi. Scena già vista. Cambia lo sfidante del Cavaliere: è un obamiano convintissimo, Walter Veltroni. Nel suo pd nasce pure una correntina giovanile ispirata a Barack, e al momento dell’apoteosi – americana – a sinistra ci si dividerà con passione: è una nostra vittoria. No, non c’entra niente. L’ex sindaco di Roma assisterà al trionfo del suo pupillo da capo malmesso e precario dell’opposizione, mentre il principale esponente dello schieramento avverso la notte delle elezioni americane è impegnato a Palazzo Grazioli nei modi boccacceschi che la stampa rivelerà qualche mese dopo. Comunque, decisamente in sella. Ma insomma, tutto questo aiuta a vedere in Obama il nuovo assoluto: di colore politico, della pelle, del modo di presentarsi, della natura stessa dell’impegno politico. Tutto.
È ovviamente impossibile scindere, a qualsiasi livello, la carica messianica dell’obamismo dalla percezione che di lui ci arriva dai mezzi di comunicazione. È possibile invece fornire un’idea del fenomeno tramite un parzialissimo catalogo. Le case editrici italiane hanno dato alle stampe, dal 2008 a oggi, 35 titoli su Barack Obama e 12 che lo vedono come autore: autobiografie (due, una «umana» e una «politica», tradotte con buon successo), discorsi con testo originale a fronte, raccolte di citazioni suddivise per argomenti e parole chiave, come per i papi. Ma sono i giornali a tirare volate politiche in cui si sovrappongono i sogni e i desiderata, l’uomo nuovo che si vorrebbe e che qui non si vede. Sui quotidiani italiani si leggono cose di questo tipo: «Uno così, l’America non l’aveva mai visto» («la Repubblica», 27 luglio 2004). Nello stesso giorno il «Corriere della Sera» presenta la «star» che terrà il keynote speech sotto l’occhiello «l’uomo nuovo». La già citata copertina di «Time», due anni dopo, convince l’Italia che Obama è il cavallo giusto. Articoli a sua firma cominciano ad apparire su Repubblica e Stampa dal 2007. A suo nome, sull’intera stampa italiana, ne escono 64 (dato aggiornato a tutto il 2009), compresi quelli della moglie Michelle. Il primo quotidiano ad assicurarsi la firma dell’allora senatore – sia pure in compagnia di John Kerry – è l’ex giornale della Margherita, Europa: siamo al 21 gennaio del 2005. Per il quotidiano diretto da Ezio Mauro è, fin dal 2007, «il predestinato». Contemporaneamente, è «il più amato dai Repubblicani» secondo «La Stampa» (8 maggio 2007). A inizio 2008, è iniziata «l’avanzata del grande seduttore» (8 gennaio, «la Repubblica»), Michelle racconta già il suo «amore con Barack» (9 gennaio, «La Stampa») e spuntano consiglieri kennedyani a giurare che sì, l’America è pronta per lui («Corriere della Sera», sempre 9 gennaio).
Carlo Rossella («La Stampa», 14 gennaio) pennella sui salotti impazziti per Barack. Ma lo adorano anche i «ragazzi del College» («la Repubblica», 21 gennaio). A fine mese, ecco i Kennedy al gran completo: Caroline giura che Obama le ricorda tanto papà perché «crede ancora negli ideali» («la Repubblica», 28 gennaio), il giorno dopo parla Ted: «Il nuovo Jfk» (sempre su «la Repubblica»). Arrivano, pian piano, con implacabile avanzata, gli endorsement di «The New York Times», di Mario Vargas Llosa e di Bob Dylan, di George Clooney e di Susan Sarandon, di Ed Norton e di Rupert Murdoch, di Kareem Abdul Jabbar e di Stevie Wonder, di Jonathan Safran Foer e di Scarlett Johansson, di Woody Allen e di Bruce Springsteen, di Richard Gere e di Colin Powell, di Lewis Hamilton e Michael Walzer. Pure dei «ragazzi di Beverly Hills», secondo le mirabolanti cronache di Maria Laura Rodotà sul «Corriere della Sera» del 2 febbraio. Pure, per dire, di Giovanna Melandri. Obama è già «come Roosevelt» («Corriere della Sera», 14 febbraio). Anzi, «l’erede di King sta con lui» («la Repubblica», 16 febbraio). Giova sapere che ai suoi comizi fioccano «applausi anche quando si soffia il naso» («La Stampa», 22 febbraio). Poi è la cavalcata delle primarie: orge di folla in delirio, apparizioni messianiche, la Clinton pian piano fatta a pezzi. A luglio il tour in Europa non tocca l’Italia, e qualcuno ci resta male, specie nel pd.
Le voci – naturalmente mai confermate – suggeriscono che la tappa a Roma salti perché non è stato possibile organizzare l’incontro con un uomo vestito di bianco che risiede Oltretevere. Occasione mediatica soltanto rimandata, che Obama rimpiazza con una tappa nella Berlino assediata da una folla raccolta non davanti alla porta di Brandeburgo – come il candidato avrebbe voluto – ma sotto la non meno trionfale Statua della Vittoria. Nel clima da stadio ai piedi del palco si percepisce un accesso adrenalinico che ha pochi precedenti. La gente lo acclama come presidente prima del tempo, mentre le cronache di tutto il mondo attribuiscono all’evento lo stesso, ridondante aggettivo: «storico». E in quel circo massimo senza belve Obama riesce a presentarsi con il biglietto da visita del finto ingenuo, il suo fuoco d’artificio migliore: «Questa sera vi parlo non da candidato alla presidenza ma da cittadino, da orgoglioso cittadino degli Stati Uniti, e da cittadino del mondo». Quello che segue è un discorso di ampia prospettiva giocato sulle divisioni da abbattere e sulla concordia da ristabilire. Se lo sguardo proiettato in un simbolico futuro è di Kennedy, e pazienza per il ciuffo che non può svolazzare al vento della libertà, la forza propulsiva è tutta estratta da Reagan. Ma il muro di cui parla Obama non è soltanto quella storica barriera, insieme evocativa e reale, che il presidente chiedeva a Mikhail Gorbaciov di abbattere, quanto la totalità simbolica delle divisioni che impedisce al mondo di essere una cosa sola: «I muri fra vecchi alleati su ciascuna sponda dell’Atlantico non possono rimanere in piedi.
I muri fra i paesi che hanno di più e quelli che hanno meno non possono rimanere in piedi. I muri fra le razze e le tribù, fra nativi e immigrati, cristiani, musulmani ed ebrei non possono rimanere in piedi. Ora sono questi i muri che dobbiamo abbattere». Con questo impeto inclusivo nasce la Barack generation, si battezzano i primi bimbi col nome – o il cognome – del predestinato, l’Obama art invade il mercato, il presidente invade copertine, crea icone, esporta modelli, diventa testimonial pubblicitario con cappottone Weatherproof sfoggiato sulla muraglia cinese: «A leader in style», recita il 6x3 sparato in Fashion Avenue, New York, inizio 2010. Ovviamente la moglie è «elegante come Jacqueline Kennedy» («Corriere della Sera», 25 agosto 2008), l’eloquio del democratico «renderebbe piacevole l’elenco del telefono» (sempre il «Corriere della Sera», 28 agosto). Dick Cheney, il granitico e poco cool vice di George W. Bush viene in visita a Roma? E la gente grida: «Viva Obama!» («la Repubblica», 8 settembre). I programmi, i rapporti con la sinistra mondiale, le strategie per Iraq e Afghanistan? Sì, certo, verranno, ma intanto Barack va «sempre a canestro», fa «partite propiziatorie prima di ogni incontro cruciale» («Corriere della Sera», 5 ottobre). A Men’s Health insegna agli americani e al mondo a «vivere bene». Nell’articolo del «Corriere della Sera» che riprende l’intervista alla rivista di wellness maschile (10 ottobre), Paolo Valentino scrive che «anche se le necessità della campagna lo costringono, come a Philadelphia, a mangiare una cementizia “cheese-steak”, ogni sera la sua salvezza è proprio una parca insalata». Proprio.
Il segnale che ormai è fatta si registra con la tenaglia che scatta il 13 e 14 ottobre, quando suor Cecilia, 106 anni, vota per il New Hampshire dal suo convento romano di Gesù e Maria di via Nomentana, 325. «Non votavo dal ’52, ho scelto Obama perché ha una bella famiglia». Il giorno dopo, Mike Bongiorno fa la stessa scelta, spiegando che Berlusconi non se ne avrà a male. Qualche settimana dopo arriva Beppe Severgnini, con l’incredibile passaggio in un commento sul «Corriere della Sera» con cui invita alla calma con impercettibile spinta partigiana: «Finché non vedo un nero sveglio alla Casa Bianca, continuerò a pensare che un bianco mediocre possa farcela» (23 ottobre). Quindi, a inizio novembre, il trionfo annunciato, reso ancor più totale e gustoso dal brivido finale di una possibile rimonta di John McCain. Il sarto di Obama spiega che ormai lo stile ha trovato un interprete che lo plasma anziché farsene plasmare. Non ne adotta uno, ma lo crea: si tratta del «new casual» (poteva non essere nuovo?). L’amore tra Barack e Michelle è, dice Maria Laura Rodotà sul «Corriere della Sera» dell’8 novembre, chiaramente «post-femminista». Il 12 novembre, una settimana dopo il voto, via Solferino ospita un intervento del direttore di «Newsweek International» Fareed Zakaria in cui si spiega come e perché Obama potrà «rifondare l’Occidente». Quattro giorni dopo, «La Stampa» intervista lo scrittore ebreo David Grossman sulla questione israelo-palestinese: «Impariamo a sperare, Obama ce lo insegna» è il titolo. Poteva non essere uomo dell’anno 2008 per «Time»? In fondo no, non poteva.
2.2 L’incenso, comunque
Durante i primi due anni del nuovo regime, tutti i cristiani ancora impauriti e stanchi dalla serie di guerre e rivoluzioni precedenti, dimostravano nei riguardi del nuovo sovrano e delle sue pacifiche riforme in parte una benevola aspettativa, in parte una decisa simpatia e perfino un ardente entusiasmo. vladimir solov’ëv, I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo
Ci dovranno essere sforzi da parte di entrambi per ascoltare e per imparare dall’altro, per rispettarci a vicenda e, infine, per cercare un terreno comune su cui basare il nostro rapporto. barack obama, Discorso del Cairo, 4 giugno 2009
Discorso a parte, nel grande amore per Obama, meritano le grandi comunità religiose. Se un curioso sincretismo è sempre stato nel cuore di Barack, che con sapienza è riuscito a prendere il buono da ogni religione sia in senso teologico sia in un più spiccio senso di consenso politico, con le gerarchie cattoliche in particolare il discorso è ancor più raffinato. Un esempio validissimo è la copertina della rivista «30 Giorni», che nel numero di luglio del 2009 ha ospitato un lungo intervento di George Cottier, teologo emerito della Casa Pontificia, sul discorso di Obama all’Università di Notre Dame (Indiana), pronunciato il 17 maggio 2009. Qui l’alto prelato loda con ampie spiegazioni teologiche il concetto di «terreno comune». È un concetto chiave dell’obamismo almeno per quanto concerne i rapporti con il mondo religioso in generale. Obama cerca, forte dell’apertura sincretica maturata dalla variegatissima famiglia allargata di cui è espressione, un nocciolo civile, umanitario, positivo, capace di appoggiarsi a brandelli dei monoteismi, ma in fondo anche dell’animismo e del pensiero ateo: «Nessuno è esonerato dall’appello a trovare un terreno comune», spiega ne L’audacia della speranza. Scrive Cottier: «Di fatto, il discorso alla University of Notre Dame appare disseminato di riferimenti ripresi dalla tradizione cristiana. C’è, ad esempio, un’espressione che ritorna di frequente, «terreno comune», che corrisponde a un concetto fondamentale della dottrina sociale della Chiesa, quello del bene comune». Ora, la questione è teologicamente complessa, né come ovvio può essere qui adeguatamente circoscritta. Merita però dare conto di una altrettanto autorevole perplessità proprio su questo metodo di approccio ai rapporti tra politica e religione: la sostanza dell’obiezione è che tra «terreno comune» (intersezione al ribasso dei – presunti – afflati umanitari delle grandi religioni) e «bene comune» (effettiva ricerca della felicità dei singoli attraverso i corpi sociali e la loro espressione) nella dottrina della Chiesa passa uno di quegli abissi che è abbastanza complicato non vedere. Proprio in risposta a Cottier, infatti, l’arcivescovo di Denver Charles J. Chaput ha pubblicato un secco intervento contestando proprio la coincidenza tra terreno comune e bene comune: «Questi due obiettivi (la ricerca di un terreno politico comune e quella del bene comune) possono spesso coincidere. Ma non sono la stessa cosa. Possono esser molto diverse nella pratica. Le cosiddette politiche di «terreno comune» sull’aborto possono in realtà minare alla radice il bene comune perché implicano una falsa unità: stabiliscono una piattaforma di accordo pubblico troppo stretta e debole per sostenere il peso di un autentico consenso morale». Eppure, il «terreno comune» funziona terribilmente bene. Lo stesso Cottier dice ancora, dopo aver di fatto lodato Obama anche sul tema dell’aborto: «Che solo quarantun anni dopo l’uccisione di [Martin Luther] King proprio lui [Obama, N.d.A.] sia presidente degli Stati Uniti è un segno e una prova dell’efficacia storica della fiducia nella forza della verità […] Il realismo umile di Obama apre nuovi scenari anche a livello geopolitico». La stessa definizione, «realismo cristiano», sarà ripresa dall’autorevole editorialista conservatore David Brooks su «The New York Times». Un segno di come l’avanzata obamiana scopra al suo fianco l’ampia parte del mondo cattolico più visibile sui media, bypassando con allegria il fatto che, su quei principi irrinunciabili che il Pontefice, non proprio uno qualsiasi, pone come criterio sostanzialmente primario per il giudizio dei cattolici in politica, il simpatico esploratore del terreno comune percorra lidi piuttosto distanti. C’è la faccenda della ricerca di Stato sulle staminali embrionali, prima ancora che quella dell’aborto (cui Obama è non favorevole ma deciso a garantire totale libertà alle donne), o quella delle aperture al riconoscimento con diritti di forme di convivenza diverse dal matrimonio. Tutto deglutito, in nome del terreno comune. Il Papa pare sottrarsi all’abbraccio cosmico quando, ricevendo Obama, gli fa dono della Dignitatis personae, lettera pastorale di certo non tesa a sottolineare particolari sintonie con le politiche della Casa Bianca sui temi etici.
Il mondo esterno a quello ecclesiastico riserva comunque al neo-presidente quantità di incenso in confronto alle quali una sacrestia il giorno di Pasqua è un ambiente asettico. Le sfide della politica, la crisi economica, i rapporti con gli stati esteri, per mesi non sono trattate come con gli altri presidenti, ma proiettate sullo sfondo di ciò che resta alle spalle dell’uomo nuovo. C’è lui, poi c’è il resto. Perfino i difetti, e qui la complicità del protagonista è sfacciata, diventano incredibili dimostrazioni di normalità. Obama non solo detta lo stile, ha gli addominali marcati, è appetibile, scaglia addirittura la palla da baseball (il circuito internazionale fa di tutto per far sembrare il suo lancio inaugurale normale, ma un’impietosa telecamera libera rivelerà la terribile ciofeca per arpionare la quale prima che la palla tocchi terra il catcher rischia gravi distorsioni), gioca a basket (in Italia per il G8 nell’agosto 2009 si distrae con un canestro e le agenzie informano che infila tre tiri su tre), a golf e va in bicicletta. Per le stesse cose Bush passava per un terrificante perditempo giocherellone; l’altro, brucia lo stress. Obama coltiva perfino dei difetti con ammirevole dedizione. Qualche incauto giornalista, all’uscita della biografia L’audacia della speranza, aveva insinuato che l’ammesso consumo di cocaina negli anni del college avrebbe azzoppato in modo irrecuperabile la sua corsa: «L’erba e l’alcool mi avevano aiutato e, quando c’erano i soldi, anche un tiro di coca». Il contrario: ecco uno normale, che si faceva le canne, pure qualche sniffatina e non ha paura di ammetterlo perché, vivaddio, chi è che non c’è passato? E poi, per lui la tecnica è ampiamente sperimentata: «Lascio i calzini in giro, appendo i pantaloni alla porta»11, «Ho bevuto tutto il bevibile al liceo e al college. Ero un ribelle. Ho fatto uso di stupefacenti, mi sono ubriacato, sono passato da una festa all’altra. Ho già dato», confessa con ampio sorriso a «Rolling tone» già il 30 dicembre 2004. Sul fumo va in onda una favolosa messinscena sugli sforzi per smettere che gli ritagliano comunque uno spiraglio di normale, studiatissima fallibilità: «Ho fumato per molto tempo e poi ho smesso, e a volte ci ricasco. È una battaglia ancora in corso», rivela al Knight Ridder Tribune il 20 ottobre 2006: e sorridono sia le mamme in ansia per i figli adolescenti sia i padri che a un tiro proprio non rinunciano. Sorridono, in fondo, anche le compagnie del tabacco. L’aura magica si trasferisce sulla moglie Michelle e sulle figlie Sasha e Malia. Le quali, secondo le cronache di Sky nel luglio 2009, accompagnando il papà scendono dall’aereo «come due bambine qualunque».
3 agosto 2010 |