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“Destra e Sinistra” è il titolo di un famoso saggio che Norberto Bobbio scrisse alcuni anni fa. Ma oggi nella politica italiana hanno ancora un senso le parole destra o sinistra?
di Alessandro Lozzi
Già nella fine dell'ottocento alcune autorevoli voci ammonivano che si trattava di concetti ormai superati. A maggior ragione in questa presunta seconda repubblica in cui i partiti hanno reciso definitivamente i rami con i loro antenati nati dalla resistenza, la classificazione secondo la quale la sinistra è uguale a progresso e la destra uguale a conservazione appare assolutamente inadeguata a gettare luce sulla realtà politica italiana.
La tesi è semplice e chiara: nella società post ideologica il tradizionale binomio destra/sinistra è sostituito dal confronto tra statalismo e mercato. Dario Antiseri e Lorenzo Infantino nel testo edito da Rubettino dal titolo "Destra e Sinistra, due parole ormai inutili" lo spiegano con chiarezza e semplicità. Il libro, in verità, si compone di dieci saggi di autori diversi che analizzano la questione dai vari aspetti: politologico, ideologico sociale indagando persino sull'influenza che destra e sinistra esercitano sul costume e sulla moda.
Dalla lettura del libro si evince come la vera differenza non è più tra destra e sinistra ma tra chi abbraccia o meno la logica della competizione. La linea di demarcazione dei due grandi "blocchi politici", oggi, è tra chi crede nei diritti individuali collegati con il libero mercato in una società aperta e chi invece crede nel primato degli interessi pubblici di gruppo e della mano pubblica.
Ecco quindi che la classificazione politica, oggi, non è tra destri e sinistri ma tra liberali e conservatori, avendo ben chiaro che quest'ultima categoria comprende coloro che si proclamano sia di destra che di sinistra. Del resto già Hayek lo aveva lucidamente spiegato nel suo "Perché non sono un conservatore".
Affermava Hayek "il conservatore si affida alla vigilanza di autorità non vincolate da norme rigide e ciò al fine di bloccare le novità; il liberale difende invece la concorrenza come un procedimento per scoprire fatti che, senza ricorrere ad essa nessuno conoscerebbe, o almeno non utilizzerebbe. E sa che le società che contano sulla concorrenza hanno raggiunto i loro scopi meglio di altre". 30 luglio 2010 |