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Tumori: guarire alle volte non basta PDF Stampa E-mail

Non chiamatele ‘sopravvissute terminali’ o ‘lungosopravviventi’, né tantomeno ‘malate costanti’. Loro rappresentano ‘il coraggio delle donne’.

di Caterina Carosi

 

 

 

 

Sono le oltre 400 mila italiane che hanno superato il tumore del seno e che oggi diventano protagoniste della prima indagine nazionale tra l'Associazione Ricerca ed Educazione in Oncologia (AREO) e tre centri oncologici d'eccellenza: il dipartimento di oncologia dell'universita' di Modena e Reggio Emilia, la divisione di oncologia dell'Istituto nazionale per la ricerca sul cancro di Genova e l'Irccs "Regina Elena" di Roma.

Con questo incontro la medicina fa un passo avanti e allarga il suo panorama d’attenzione al recupero psichico ed emozionale della paziente, necessario da raggiungere di pari passo con la guarigione fisica.

Anche se dai dati dell’indagine il 72,6 per cento di loro è soddisfatto del proprio stato di salute, l'aspetto psicologico durante il recupero postoperatorio risulta indebolito: oltre il 30 per cento si sente meno femminile, circa il 20 rileva cambiamenti nella propria situazione familiare e nei rapporti sociali, inoltre 6 donne su 10 hanno sperimentato un periodo di depressione e il 65 per cento teme di ammalarsi di nuovo.

«Il nostro obiettivo era analizzare, per la prima volta con criteri scientifici, l'impatto di questa malattia nel lungo periodo - spiega il professor Conte, coordinatore dello studio - i risultati in parte ci sorprendono perché, per fortuna, il livello di reintegrazione sociale sembra buono e non si notano discriminazioni evidenti, ma quello che colpisce invece in negativo è l'assenza di supporto psicologico».

Una neoplasia del seno, che nel gergo comune è la tecnica operatoria dell’asportazione mammaria a causa di un carcinoma maligno, è uno dei traumi clinici peggiori che uno donna possa affrontare e tentare di superare nel suo percorso di salute.

Per molte di loro questa operazione significa la perdita della propria identità femminile, con conseguenti ripercussioni sulla vita sessuale, mentre solo il 16 per cento in età fertile prende in considerazione l’ipotesi di una gravidanza, nonostante l’assenza di controindicazioni a livello medico.

Questi campanelli d’allarme emersi durante l’analisi dell’indagine sono il sintomo di un tessuto culturale e medico a supporto quasi esclusivo della guarigione fisica che facilita un percorso di ripresa psichica discriminato e a favore solo di quelle donne che, per loro fortuna, godono di un livello sociale abbiente e possono permettersi una terapia psicologica privata. Alla base di questo deficit sanitario però non c’è solo una disattenzione terapeutica, ma anche un alto tasso di disinformazione.

Malgrado nel servizio pubblico il supporto psicologico postoperatorio sia tutt’oggi un benefit d’elites, è pur vero che i centri di sostegno aumentano costantemente nei centri di salute pubblica, ma questo non è sufficiente se, oltre al mezzo per la guarigione, non viene affiancato un sistema d’informazione utile per districarsi tra le lunghe trafile burocratiche tipiche della sanità, non solo italiana.

27 luglio 2010

 

 


  

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