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Liberalismo e Liberismo PDF Stampa E-mail

Oggi tutti si proclamano indistintamente liberali e liberisti, eppure i due termini non sono sinonimi. Anzi, la disputa intellettuale tra liberisti e liberali negli anni è stata agguerritissima, basti ricordare quella famosa tra Benedetto Croce e Luigi Einaudi.

di Alessandro Lozzi

 

 

 

 

Ecco perché può essere utile leggere "Dal liberalismo al liberismo" di Daniele Besoni e Giorgio Rampa, edito da Giappichelli nel quale gli autori si cimentano nel tentativo, tutto sommato riuscito, di riassumerne in termini divulgativi convergenze e divergenze.

In Italia il termine liberismo fa la sua comparsa per qualificare la posizione opposta al protezionismo (che proponeva tariffe doganali per proteggere le industrie nascenti) e che si opponeva all'ingerenza dello Stato nelle attività economiche. Il termine liberismo infatti non ha sinonimi nella lingua francese, che lo definisce laissez-faire né nella lingua inglese che lo definisce free trade.

Le definizioni del liberalismo invece sono infinite, possiamo comunque sostenere che esso è la storia della lotta secolare per contenere il potere (non tanto e non solo quello economico quanto quello politico) ed impedire che questo venga esercitato a danno delle libertà individuali. In tal senso il liberalismo è la teoria politica della modernità.

La prima parte del libro riassume la storia del liberismo, il lettore potrà dunque erudirsi sul liberismo settecentesco che viene ricordato attraverso Mandeville e la sua celebre storia delle api, passando a quello ottocentesco - periodo appunto contraddistinto nella lotta al protezionismo -  per arrivare poi a quello contemporaneo con le scuole di Vienna, Londra e Chicago trattando infine attuali questioni come il monetarismo, welfarismo e supply side economics.

Gli autori pongono particolare attenzione all'evoluzione del liberismo di scuola anglosassone, che riducendo al minimo l'intervento statale si è radicalizzato fino ad associarsi al libertarianismo, ed al liberalismo sociale, anch'esso di matrice anglosassone che, pur restando nell'alveo dell'economia di mercato, attribuisce allo Stato un'ampia sfera d'intervento nell'economia.

La conclusione, convincente, è che il dilemma fra Stato e mercato, pur se ha avuto fortuna come antidoto per gli eccessi di statalismo fiscalismo e burocratismo non giustifica alcun pregiudizio ideologico nei confronti del ruolo che compete allo Stato nella correzione della disuguaglianza dei punti di partenza o nella fornitura di beni e servizi pubblici non regolabili dal libero scambio.

Piace soprattutto la conclusione, assolutamente antidogmatica, per la quale "il liberalismo politico è una creatura che ha per padre il dubbio -verso i propri enunciati- e per madre la tolleranza - verso gli enunciati altrui”.

 


  

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