Se la battuta è artefatta Stampa

 



Il Predellino
vi propone il botta e risposta andato in scena in questi giorni su il Corriere della Sera a proposito di una battuta di Silvio Berlusconi nel viaggio di inaugurazione di Freccia Rossa, il treno iperveloce di Ferrovie dello Stato. Da una parte Gian Antonio Stella che condanna il gusto della battuta del premier, dall’altra Giorgio Stracquadanio – testimone diretto della battuta incriminata da Stella – che sostiene come attraverso la trasformazione di fatti e parole si distrugge l’identità di una persona.

"Quel rischioso gusto della battuta" di Gian Antonio Stella  da Il Corriere della Sera di mercoledì 24 giugno

Il ruolo istituzionale prevalga sull'istinto guascone
Si sarà mangiato la lingua in questi giorni, Silvio Ber­lusconi, ripensando alla battuta fatta sulla Freccia Rossa nel viaggio inaugurale da Milano a Roma. A un certo punto, come scrisse Tommaso Labate sul Riformista poi ripreso senza smentite da «Dago­spia», si avvicinò con una piccola corte al seguito all’allora primo cittadino di Firenze Leonardo Domenici che era ac­canto a Vasco Errani: «Adesso facciamo divertire il sinda­co ». Si toccò il berrettino con la visiera col quale sarebbe apparso il giorno dopo su tutti i giornali e ammiccò: «Allo­ra, vi piace il presidente ferroviere?». E, mentre quelli ab­bozzavano una risposta, li fulminò con una risata: «Io inve­ce preferisco il presidente puttaniere». Parole che, a rileggerle adesso...

Per carità, era solo una battuta. Forse un po’ greve e scalo­gnata, visto il seguito, ma una battuta. E può darsi che, a dispetto di Domenici che sorridendo conferma tutto, il Ca­valiere si possa affrettare ora a smentire. Sono passati tre mesi? Niente paura. «Le smentite non hanno scadenza» dis­se qualche anno fa Gianfranco Fini negando a distanza qua­si di un decennio di aver mai detto alle Iene non solo che «Mussolini è stato il più grande statista del secolo» ma an­che che Berlusconi «per egua­gliare il Duce dovrà pedalare parecchio...». «Una smentita è una notizia data due volte» spiegava Giulio Andreotti: in genere lui preferiva lasciar per­dere. Il fatto è che il premier, que­sto suo amore per le battute do­vuto a un carattere che Gianni Baget Bozzo definiva «gioco­so », l’ha già pagato caro più volte. Basti ricordare le polemi­che seguite alle sue parole a Martin Schulz: «Signor Schulz, so che in Italia c'è un produt­tore che sta montando un film sui campi di concentramen­to nazisti. La suggerirò per il ruolo di kapo». Polemiche che liquidò, infischiandosene delle riprese televisive che mo­stravano lo sconcerto degli europarlamentari, dicendo: «Era solo una battuta per cui è scoppiato a ridere l'intero Parlamento».

Per non dire di altre sortite quali quella sui suoi sforzi per portare a Parma l’authority alimentare: «Ho rispolvera­to le mie doti di playboy con il presidente finlandese Tarja Halonen». Spiritosaggine seguita ancora da polemiche ro­venti: «Purtroppo c'è in giro una generale mancanza di umorismo». È possibile che lo dica di nuovo. È difficile però dissenti­re da quanto scrisse Giuliano Ferrara, che lo stima e gli vuo­le bene, dopo la battuta su Obama abbronzato: «Dovrebbe più spesso subordinare l'istinto guascone al proprio ruolo istituzionale, sedimentato sull'esperienza personale e sul consenso di chi lo ha votato perché faccia il premier e non il battutista. Quando insomma il Cavaliere la smetterà di credersi al di sopra della cretineria, sarà un vantaggio per lui e per tutti».

Corriere della Sera giovedì 25 giugno

Sul Corriere di ieri, nell'articolo " Quel rischioso gusto della battuta" Gian Antonio Stella ha raccontato, con eccessiva fantasia, un episodio su Berlusconi di cui sono stato testimone diretto. Si tratta del viaggio inaugurale del treno Freccia Rossa da Milano a Roma, in cui il premier -scrive Stella - si avvicinò  “all’allora primo cittadino di Firenze Leonardo Domenici che era ac­canto a Vasco Errani, si toccò il berrettino con la visiera col quale sarebbe apparso il giorno dopo su tutti i giornali e ammiccò: «Vi piace il presidente ferroviere?». E li fulminò con una risata: «Io inve­ce preferisco il presidente puttaniere»”.
Non è andata così. Fui io, seduto accanto a Domenici (Errani era più in là), ad accogliere Berlusconi con un: “Viva il presidente ferroviere”. E il premier rispose: “Per qualcuno preferirei essere il presidente puttaniere. Ma non è così”.
Perché è importante l'episodio? Perché è attraverso la trasformazione di fatti e  parole che si distrugge l'identità di una persona. E' questo che si cerca di fare, con violenza, da parte di chi  pensa che “lo sputtanamento” sia l'unica arma rimasta contro Berlusconi, fallita la via elettorale e quella giudiziaria. Peccato che sia la strada della barbarie, della guerra civile.
Tutti, in passato, abbiamo evitato di approfondire fatti: l'ereditiere ricoverato travestito da donna; il sottosegretario che “tratta” con un travestito; il deputato colto in albergo con due escort, un po' di polvere e il dubbio che un suo collega fosse uscito appena prima; il presidente di Regione che esalta la “bellezza” della pedofilia; il pied-a-terre del magistrato più “censore” d'Italia. Un elenco che potrebbe non aver fine.
Abbiamo tutti evitato di voler sapere oltre, perché il confine tra civiltà e barbarie è sottile e non va valicato. Oggi mi appello perché quel confine sia ristabilito. Il Corriere ha l'autorevolezza per farlo. Non si manipolino battute, non si chiamino orge le cene, non si diano a persone animate dall'odio, qualunque sia il loro “mestiere”, più credito di chi ha dedicato la vita al lavoro, alla famiglia, alla Nazione. Senza Berlusconi l'Italia sarebbe forse diversa. Non certo migliore.

Giorgio Stracquadanio
giornalista e deputato del Pdl


Corriere della Sera, giovedì 25 giugno

Prendo atto volentieri della precisazione del parlamentare berlusconiano. Sia pure solo dopo tre lunghi mesi lasciati trascorrere senza smentire nulla ogni contributo alla ricostruzione delle cose è ben accetto. Perfino se condito di malignità su chi scrive e su anonimi descritti così accuratamente da lasciare pochi dubbi su nomi, cognomi, indirizzo, impronte digitali. Leonardo Domenici, lui pure testimone diretto, conferma tra gli altri di ricordare parole diverse: quelle poi riportate dal Riformista e da Dagospia. E pronunciate secondo la loro ricostruzione un mese prima ( prima!) che scoppiasse il caso Noemi. Il punto resta: come scrive Giuliano Ferrara la continua ricerca di battute, per quanto siano solo battute, può essere galeotta.

Gian Antonio Stella