Il Predellino

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Cari lettori de Il Predellino, con questa lettera aperta vi comunico la sospensione delle nostre pubblicazioni. Non si tratta della consueta sospensione in occasione della pausa estiva, così come era accaduto negli anni scorsi. Stavolta mettiamo in pausa la nostra piccola impresa giornalistica per un tempo che non sappiamo quanto lungo e che potrebbe anche essere infinito. Le cose al mondo nascono, vivono e muoiono, e non esistono iniziative insostituibili, anche se noi speriamo di riprendere a farci leggere da voi e da tanti altri.

di Giorgio Stracquadanio

 

Perché questa sospensione? Per il semplice motivo che siamo giunti ad una fase nuova del Popolo della Libertà, una fase che sollecita anche un piccolo quotidiano on-line come Il Predellino a fare il bilancio del passato recente e i programmi per il presente e il futuro.

Il Predellino è nato il 6 febbraio del 2009, alla vigilia del congresso di fondazione del Popolo della Libertà del 27 marzo 2009, la data che ha segnato una svolta storica nella politica italiana, quando alle elezioni politiche del 27 e 28 marzo del 1994 la coalizione di centrodestra nata pochi mesi prima per iniziativa di Silvio Berlusconi si era affermata sulla coalizione di sinistra, quella che Achille Ochetto aveva definito "la gioiosa macchina da guerra".

Anche noi, per il nostro esordio on-line, scegliemmo una data storica: il 6 febbraio del 1994, infatti, fu il giorno della prima manifestazione elettorale di Silvio Berlusconi, che pochi giorni prima aveva annunciato con un videomessaggio inviato ai tg (una assoluta novità ai tempi che precedettero You Tube) la sua discesa in campo.

Così, nel simbolismo della data di nascita, in vista del primo congresso, con un nome che evocava quella rivoluzione voluta da Silvio Berlusconi con uno storico discorso in Piazza San Babila, abbiamo iniziato la nostra avventura.

A battezzarla ci fu un'intervista esclusiva e augurale donataci da Silvio Berlusconi, nella quale si rievocavano le tappe fondamentali dei quindici anni che avevano portato dalla discesa in campo alla costituzione del Pdl.

E' al dibattito interno al Pdl che guardavamo quando siamo nati. Con l'intenzione di offrire alla classe dirigente del costituendo partito, agli eletti a tutti i livelli, una tribuna da cui far sentire la propria voce, una arena in cui discutere con intelligenza e in libertà.

E con la volontà di offrire a tutti i militanti e i simpatizzanti uno strumento rapido di informazione e approfondimento sul partito e le sue battaglie politiche, con un rapido excursus sulla stampa quotidiana, indicando gli articoli del giorno da non perdere e con una raccolta completa degli articoli firmati o delle interviste rilasciate da esponenti del Pdl, così da dare il sistematico resoconto quotidiano della presenza del partito sulla stampa quotidiana. Un bell'archivio giornalistico che molti ci hanno detto essere prezioso.

È accaduto così che ci siamo trovati sin da subito protagonisti della prima fase della vita del Pdl, quella che ha condotto alla scissione finiana. Siamo stati i primi ad intuire quale fosse la strategia di Gianfranco Fini e come si dovesse contrastarla per sconfiggerla politicamente.

Come abbiamo detto e scritto decine di volte, Fini tentava una operazione legittima, per quanto velleitaria - la contesa della leadership del centrodestra - ricorrendo ad argomenti strumentali e a mezzi del tutto illegittimi - come il ricorso all'uso politico della giustizia, concretizzatosi nell'ostruzionismo a qualunque legge riformatrice e nel sostegno esplicito a quelle iniziative che avrebbero dovuto far cadere di sella il premier.

Tutti ricorderanno i distinguo finiani sulla riforma della legge sulle intercettazioni e la conversazione fuori onda con un procuratore della Repubblica pochi giorni prima della attesa deposizione del mafioso Spatuzza, un criminale atteso di chissà quali rivelazioni esplosive e che lasciò delusi tanti, in primo luogo il primo inquilino di Monte Citorio.

Proprio perché avevamo capito cosa avesse in mente Fini, abbiamo sostenuto dure polemiche con tutti quelli che - all'epoca - ne avevano sposato le tesi. Non è di poca soddisfazione vedere oggi che chi indicava in Fini un leader politico di stampo e livello europeo si è reso conto della inconsistenza politica e culturale di un uomo nato e vissuto gregario, mai protagonista.

Con Fini e i finiani abbiamo polemizzato duramente solo ed esclusivamente sul piano politico. Non ci siamo occupati mai, se non incidentalmente, dei comportamenti poco commendevoli dell'uomo e dei suoi familiari e nemmeno delle sue relazioni d'affari con personaggi che operano nei paradisi fiscali internazionali.

Siamo sempre stati convinti che la partita con Fini fosse tutta politica, anche se crediamo che sulle attività imprenditoriali internazionali sue e dei suoi amici ci sia molto ancora da approfondire. Come sia finita tra il Pdl e Fini è cosa nota. E anche per noi una fase si è chiusa.

Siamo stati anche i primi a segnalare alcuni errori strategici che il Pdl ha compiuto nella scelta delle candidature alle regionali o a comunali di straordinario rilievo.

Già dalla nostra nascita segnalammo l'inadeguatezza della signora Moratti nel ricoprire l'incarico di sindaco di Milano e come fosse necessario individuare una strategia per capitalizzare in un altro ruolo (ad esempio quello di ministro per le politiche comunitarie) il valore e l'esperienza internazionale della manager, per individuare un candidato in grado di recuperare al centrodestra i molti consensi persi nel primo mandato di Letizia Moratti.

Come sia andata a Milano è anch'essa cosa nota, ed è forse necessario sottolineare come un candidato più convincente avrebbe anche spinto tutti noi a una diversa e più efficace campagna elettorale.

Siamo stati anche protagonisti di una polemica con i nostri amici pugliesi, che avevamo messo in guardia dal sottovalutare - e per la seconda volta - la candidatura a presidente della Regione Puglia di Nichi Vendola. Già nel 2005 Raffaele Fitto aveva visto con favore la sconfitta alla primarie della sinistra del giovane economista del Pd Francesco Boccia.

Esisteva quella ingiustificata teoria secondo la quale un candidato "centrista" presentato dalla sinistra è più competitivo di un candidato definito "estremista". Che è la stessa teoria secondo la quale nel 1994 avrebbe dovuto essere più competitiva la coalizione guidata da Mario Segni rispetto a quella guidata da Silvio Berlusconi.

Nel 2010, poi,  non pensare che contrapporre un uomo noto esclusivamente alle cronache politiche locali come Rocco Palese a un leader emergente della sinistra come Vendola avrebbe avuto come unico risultato quello di consacrare la figura di Vendola come possibile candidato premier per le prossime elezioni politiche.

Fatto che puntualmente è avvenuto e che ha consentito a Vendola di diventare anche il king-maker dell'attuale sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, e di quello di Napoli, Luigi De Magistris (pochi lo ricorderanno, ma fu proprio con De Magistris che Vendola fece i primi comizi post-elezioni regionali).

Se alle elezioni pugliesi il centrodestra avesse scelto la candidatura di Adriana Poli Bortone, avrebbe conquistato una regione in più, estromettendo la sinistra dai governi del Sud e chiudendola nella ridotta appenninica, e avrebbe prevenuto le due candidature amministrative che hanno fatto segnare la sconfitta più pesante, quella del 2010.

Su altre questioni, poi, abbiamo svolto la nostra parte. Innanzitutto sui temi della battaglia contro la deriva che ha reso l'Italia una democrazia giudiziaria. Siamo sempre stati in prima linea nel denunciare la pretesa di alcuni settori della magistratura, in primo luogo Md ma non solo, di sovraordinarsi rispetto alle istituzioni democratiche ed elettive.

Noi rifiutiamo in radice la tesi secondo la quale la magistratura penale ha il compito di esercitare il "controllo di legalità delle istituzioni". No, essa ha il solo scopo di perseguire i reati e di applicare il codice secondo le norme della procedura e le garanzie costituzionali. Ogni altra azione è istituzionalmente un abuso.

La lotta che un manipolo di magistrati conduce quotidianamente contro Silvio Berlusconi non è lo scontro delle toghe rosse contro il cavaliere nero. No, è un pericoloso tentativo di rovesciare la democrazia ponendo al vertice il magistrato e subordinando ad esso chi rappresenta la volontà popolare.

Silvio Berlusconi potrà anche lasciare l'arena politica, ma quella magistratura che pretende di imporre il suo comando combatterà chiunque non condivide il disegno autoritario dei mandarini togati. Chiedete in questi giorni a D'Alema se per caso abbiamo torto.

In questi anni abbiamo poi cercato di spingere il Pdl, i suoi dirigenti e sopratutto il suo leader sulla frontiera della rivoluzione istituzionale. Siamo convinti sin dal 1994 che la Seconda Repubblica non potrà considerarsi nata se non avremo una rottura costituzionale paragonabile a quella che ha portato la Francia dalla quarta alla quinta Repubblica.

In questi anni, invece, abbiamo avuto solo la rivoluzione del bipolarismo, che si è formato intorno alla figura di Silvio Berlusconi. E siamo convinti che il rischio per Berlusconi sia quello di non lasciare all'Italia un'eredità istituzionale come fece De Gaulle.

Il quale, da leader carismatico come Silvio, radunò intorno a se il popolo e sconfisse la partitocrazia. Lasciando alla Francia un sistema - l'elezione popolare e diretta del capo dello Stato, vero capo dell'esecutivo - che trasforma ordinari leader politici in sovrani democratici per cinque anni.

Berlusconi ha battuto tutti i record di durata dei governi, cancellando l'instabilità permanente della Prima Repubblica, ma non ha reso stabile nelle istituzioni questo risultato, con il rischio che dopo vent'anni si possa tornare indietro al punto di partenza, come nel gioco dell'oca.

Sul versante della rivoluzione istituzionale dobbiamo riconoscere la nostra sconfitta. Ma questo non ci basta per convincerci a considerare chiusa la partita. Ricominceremo da qualche parte, anche se rimaniamo convinti di una riflessione attribuita a don Gianni Baget Bozzo: "se Berlusconi si rendesse conto di essere Berlusconi, avrebbe già fatto la rivoluzione".

Infine abbiamo cercato, attraverso il recupero delle migliori cose pubblicate tra quotidiani e settimanali, di tenere viva la fiammella della rivoluzione liberale. Ogni giorno di più ci convinciamo che quello resti l'orizzonte vincente del centrodestra italiano.

Con questo curriculum in soli due anni e mezzo, perché ci fermiamo?

Intanto perché con l'elezione di Angelino Alfano a segretario politico si è aperta una fase nuova. Nel primo periodo della nostra esistenza Il Predellino è stata una espressione non ufficiale del Pdl. Dopo la rottura con Fini siamo entrati ufficialmente con un link nel sito istituzionale del partito, e di questo ringraziamo Antonio Palmieri per la sua straordinaria attenzione e sensibilità.

Oggi vorremo diventare a tutti gli effetti quotidiano on-line del Pdl, quello in cui a scrivere o a essere intervistato è innanzitutto il segretario nazionale e con lui gli esponenti di vertice. Non pretendiamo di diventare "il" quotidiano del Pdl. Ci basta essere "un" quotidiano del Pdl, vissuto come tale da tutti, sia al centro che in periferia. Ed è ad Angelino Alfano che rivolgiamo la nostra proposta.

Angelino Alfano, naturalmente, è da poco in questo suo nuovo ruolo. E molti impegni lo attendono. Per questo non pretendiamo una risposta oggi, né entro l'estate. Per noi va benissimo che questa riflessione si prolunghi oltre la pausa estiva, fino alla fine dell'anno. Sarà allora che vedremo cosa sarà di questa avventura.

Anche perché, ed è una riflessione che voglio rendere pubblica, fino ad ora abbiamo vissuto senza un centesimo di pubblicità, senza un centesimo di contributo pubblico, senza un centesimo di sostegno privato.

Fino ad oggi Il Predellino è stato finanziato da me, con ben più dei 3.700 euro mensili che sono destinati allo svolgimento dell'attività politica. Ed è anche questa condizione che rende impossibile qualsiasi progetto, non solo di crescita, ma anche solo di mantenimento.

In epoca in cui gli stipendi dei parlamentari sembrano essere per molti l'unico male del Paese, io rivendico con fierezza il fatto di aver dedicato alla politica, attraverso Il Predellino, almeno metà di quello che ricevo dallo Stato per la mia attività.

Non credo che i tanti moralisti che pretendono di darci una retribuzione inferiore a quella di un manovale sarebbero capaci di fare altrettanto se fossero al mio posto. Di regola il moralista è virtuoso solo se costretto, mentre diventa avido se solo gli si offre l'occasione.

Giunti a questo punto voglio ringraziare i tantissimi collaboratori volontari che hanno scritto su questo giornale. Il loro contributo intellettuale è stato prezioso e alcuni di loro, anche grazie a Il Predellino, oggi possono scrivere su testate di più lunga tradizione e di maggior prestigio.

A tutti loro va il mio personale e affettuoso grazie. E anche grazie alla loro generosità che io, in questi due anni, ho accresciuto il mio protagonismo politico. Naturalmente essi non sono responsabili dei miei personali errori.

Un ringraziamento particolare va ad Andrea Camaiora, che da direttore responsabile ha tenuto le fila della redazione virtuale e ha saputo interpretare i tanti ruoli che consentono a un quotidiano, per quanto piccolo, di essere una cosa diversa da una raccolta di articoli.

Un grazie va poi ad Agostino Natilli, l'uomo che in questi due anni ha letto tutto, ma proprio tutto quello che è stato scritto o detto nelle interviste dagli esponenti del Pdl. Ed è riuscito a classificarlo ogni giorno in quell'utilissimo colonnino sovrastato dal simbolo del partito. Se il Pdl è sembrato ai nostri lettori meno babelico di quanto sia apparso agli altri lo si deve alla costanza e alla passione politica di Agostino.

Un grazie quindi a chi ha curato in questi anni la segreteria di redazione, coordinando tutte le fasi della produzione editoriale che sono comunque complesse, anche se uno dei vantaggi di essere on-line è quello di poter correggere il lavoro anche dopo aver chiuso la pubblicazione. Un privilegio a cui talvolta ho fatto ricorso per cambiare un titolo o aggiornare un articolo in corso di giornata.

Il ringraziamento finale va ai nostri lettori, che ci hanno seguito con interesse e passione in questi anni. Alcuni li ho incontrati nei luoghi più impensati e i loro lusinghieri giudizi sono stati tra le cose per cui vale la pena fare politica. Conservo quei momenti come un regalo che l'Italia mi ha voluto donare.

A quelli che volessero ancora leggermi do appuntamento su L'Occidentale (www.loccidentale.it)grazie alla benevolenza del direttore Giancarlo Loquenzi e, tra qualche settimana, su un blog che manterrà nome e logo Il Predellino. Qui sarò felice di ospitare quegli autori de Il Predellino che non vogliono aspettare la ripresa delle pubblicazioni. E qui tutti potranno trovare, anche se meno sistematicamente di quanto è stato fino ad oggi, qualche nostro consiglio di lettura quotidiana.

Arrivederci a tutti.

11 luglio 2011

 


  

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