| I colpi a vuoto della manovra |
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Provo a mettermi nei panni di chi per mestiere non è tenuto come noi a seguire da anni le evoluzioni della politica e gli andamenti della finanza pubblica.di Oscar Giannino da Il Messaggero Un semplice cittadino che lavora e paga le tasse, o passa il suo tempo a disperarsi perché il lavoro non ce l'ha o è pensionato con poche centinaia di euro al mese, che cosa capisce della manovra finanziaria per azzerare il deficit pubblico al 2014? Nella semplificazione spesso brutale che i media riservano a interventi di grande complessità, la probabilità più elevata è che al cittadino giungano due o al massimo tre messaggi in pillole. Il primo è che il governo dice che bisogna azzerare il deficit pubblico in tre anni se non vogliamo correre rischi greci, ma di fronte a un rischio simile proprio la vicenda greca insegna che la politica dovrebbe avere poche e grandi idee chiare e comunicarle bene ai cittadini. Mentre da noi ecco che puntualmente tutti sono in dissenso con tutti: non solo governo e opposizione, sarebbe normale, ma ministri con ministri - vedi le vicende di ieri - premier e ministri stessi, Lega e Pdl, Regioni e Comuni rispetto al governo. Secondo. E stato detto infinite volte che il rigore deve essere fermo ma bisogna anche .pensare alla crescita, perché se l'economia continua a crescere di meno di un punto percentuale l'anno i guai restano, sia per gli italiani sia per la finanza pubblica. Eppure quel che passa della manovra sono i tagli respinti alle Autonomie, i contenimenti nel pubblico impiego, le nuove tasse sui risparmi investiti in titoli, i ticket sanitari, il freno all'adeguamento delle pensioni al costo della vita. Terzo. Tutti concordano che per crescere di più occorre meno fisco su lavoro e imprese, ma ancora una volta siamo all'annuncio di una delega e gli interventi concreti saranno in un futuro incerto. Da che cosa nasce l'aspra divisione sulla manovra? Mi riferisco alle evidenti sbandate del centrodestra, alle prime innegabili difficoltà registrate ieri con categorie come Confesercenti e Coldiretti, all'insurrezione da parte delle Autonomie. C'è da stupirsene? Temo di no. Perché si crei una necessaria atmosfera di coesione intorno a manovre che muovono dai 3 ai 4 punti di Pil, occorre aver dissodato bene il campo. Occorre cioè aver detto e ripetuto con argomenti persuasivi e con toni adeguati, fino allo sfinimento, che un rischio enorme è di fronte all'intero Paese come e mezza Europa - ieri Portogallo e Spagna ne hanno avuto nuovi segnali. E che a questo rischio bisogna rispondere con un enorme sforzo collettivo. Il secondo problema nasce da altro. Non solo occorre parlare al Paese con voce univoca e con rigore a cui corrisponda credibilità personale, e con misure che per prime diano l'esempio che la politica non si sottrae alla cinghia tirata (altro che il no all'abrogazione delle Province, e i tagli ai costi di partiti e istituzioni rinviati all'ennesima commissione). Bisogna indicare al Paese alcune misure di risparmio essenziale e condivise, che identifichino con chiarezza grandi centri di spesa fuori controllo e non solo le tasche dei cittadini da cui reperire nuove risorse. Questi camparti di spesa da ridurre con decisione ci sono eccome. Le forniture della sanità valgono da sole 80 miliardi di euro l'anno, e sono lievitate del 50% in sei anni. Se non lo si può dire, perché nel frattempo la Lega ha chiesto e ottenuto che per il più ampio consenso ai decreti attuativi del federalismo fiscale bisognava promettere alle Regioni l'invarianza complessiva nazionale della spesa sanitaria ai livelli del 2009 - comprese dunque le forniture monstre - allora non ci si può stupire se Regioni e Autonomie insorgono come un sol uomo contro il governo. Altro esempio: è giusto aver aperto all'aumento delle addizionali locali, senza aver messo alcun freno per esempio alle società partecipate e controllate dalle Autonomie? Quando per esempio in regioni come il Piemonte le società partecipate sono passate da 373 del 2003 a 356 del 2008 diminuendo di numero, e le controllate da 247 a 251 cioè praticamente uguali, mentre in Campania negli stessi anni le partecipate sono passate da 230 a 287, e le controllate da 165 a 208, con tassi di aumento del 30%? Sulla riforma fiscale, ho poco da aggiungere. Tremanti l'ha in testa. Ma al cittadino che ha poco tempo, e lo sente dire che dalle centinaia di deduzioni e detrazioni date oggi a casaccio si possono ricavare fino a 30 miliardi di euro per abbassare le imposte, penso sia ovvio venga come prima idea che se è vero bisogna farlo subito, e non aspettare la prossima campagna elettorale. 8 luglio 2011 |