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Italo Bocchino si mette a dare, in diretta televisiva, lezioni di costituzionalismo. Ma come è nel suo stile abituale si tratta di costituzionalismo delle tre carte.
di Giorgio Stracquadanio
Intervenendo dai microfoni di Sky Tg24 il capogruppo di Futuro e Libertà ha commentato così la decisione di Pdl e Lega Nord di rivolgersi al Capo dello Stato: "La decisione del presidente del consiglio Silvio Berlusconi e del ministro per le riforme Umberto Bossi di chiedere formalmente le dimissioni del presidente della Camera Gianfranco Fini è politicamente inaccettabile e grave sotto il profilo istituzionale, violando il principio costituzionale della separazione tra poteri".
E' evidente a tutti quelli che sappiano leggere la lingua italiana che Berlusconi e Bossi si rivolgeranno a Napolitano in qualità di leader, anche formali, dei due partiti che compongono la maggioranza parlamentare, la stessa che ha indicato ed eletto Gianfranco Fini a presidente della Camera.
Che c'entra allora richiamare il ruolo di presidente del consiglio e di ministro delle riforme che Berlusconi e Bossi rivestono e di li derivarne una violazione della divisione dei poteri? Perché allora se Fini parla di governo Bocchino non sale sul palco e lo zittisce visto che da presidente della Camera non può interferire sulle prerogative del Governo?
Per gli amici di Futuro e Libertà la Costituzione del 48 è diventata, come ben scrive oggi Angelo Panebianco su il Corriere della Sera, un feticcio intoccabile un totem da idolatrare, così come qualcuno di loro un po' di tempo fa idolatrava l'ascia bipenne. Tanto che oggi potrebbero nominare Oscar Luigi Scalfaro presidente onorario del loro “coso” politico.
Ma lo sbandieramento della Carta del 48 prevede che almeno la si sia letta, per comprendere che la richiesta di dimissioni rivolta al presidente della Camera viene da quella maggioranza parlamentare che lo ha eletto e che oggi non si sente più garantita nelle sue prerogative costituzionali da un capo partito che ha dichiarato una guerra strisciante e sibillina a quella stessa maggioranza parlamentare.
E siccome l'inquilino di Monte Citorio, così come fanno alcuni inquilini di Montecarlo, fa finta di non capire e pretende dagli altri quel rispetto delle istituzioni che per primo non sa e non vuole esercitare, ecco allora che si rende necessario che i massimi vertici della maggioranza parlamentare si rivolgano al supremo garante delle istituzioni per fargli presente che l'uomo che dovrebbe assicurare la neutralità del parlamento ha deciso di diventare un capo fazione e di utilizzare, a fini politici, i poteri parlamentari che la Costituzione e il regolamento della Camera gli attribuiscono.
Bocchino, abile nel gioco delle tre carte, fa finta di non sapere tutto questo e di non sapere che, se Fini fosse leale con la Repubblica e con gli elettori, avrebbe già lasciato Monte Citorio. Ma evidentemente la famiglia è così: Giancarlo non lascia Montecarlo e Gianfranco non lascia Monte Citorio.
7 settembre 2010 |