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La maledizione di Montecitorio PDF Stampa E-mail

Gianfranco Fini è stato sin troppo chiaro:  non si dimette. E fa male, malissimo. E’ un vero incosciente, o forse non immagina nemmeno a cosa va incontro.
La presidenza della Camera, visti i precedenti, logora solo  chi ce l’ha.
E non è questione di scaramanzia.

di Agostino Natilli

 

 

La storia della seconda repubblica non lascia scampo: Montecitorio non rappresenta un traguardo, ma semplicemente l’inizio della fine per il malcapitato presidente di turno. Si fa presto a festeggiare, a evocare sdoganamenti, a garantire con fierezza  il ruolo sacro del Parlamento, centro gravitazionale della democrazia. E solo dopo che arriva il bello, o meglio: il peggio. La fregatura sta proprio dietro l’angolo, giusto il tempo di ambientarsi.

La prima è stata Irene Pivetti, volto nuovo della politica anni ’90. Una carriera, purtroppo, spezzata e poi riciclata in tv. Nulla più: addio politica. Maledetta fu proprio quella presidenza della Camera.
Ne sa qualcosa pure Luciano Violante, pezzo grosso dei Ds negli anni d’oro. Grande personalità, figura poi ridimensionata e accantonata in seguito a quella tragica elezione. Per saperne davvero di più, rivolgersi poi a Pierferdinando Casini. Il George Clooney dei moderati di centro. Pure a lui, come gli altri, è costata cara la presidenza.

Mai, però, come a Fausto Bertinotti. Fuoriclasse della politica italiana per più di un decennio. Capace d’ingentilire il comunismo e di farsi amare sia a destra che a sinistra. Stimato da operai e intellettuali, rispettato da borghesi e imprenditori. Capace d’influenzare i palazzi romani e di diventare quasi l’icona di un’epoca. Non poteva quindi, visto il curriculum, non salire sul trono più alto della Camera. Un trionfo, all’apparenza. Rivelatosi, come da copione, una autentica sciagura: la fine del buon Fausto, lontano ora anni luce dalle scene. Dimenticato, come un politicante qualunque.

Ed ecco l’ex leader di An. Costretto anche lui, alla pari degli illustri predecessori, a fare i conti con grane di non poco conto. Il suo vecchio partito non c’è più. E, come se non bastasse, pure quello nuovo, il Pdl, ha deciso di scaricarlo. Però Gianfranco Fini, sprezzante del pericolo, resiste e insiste. La poltrona non la molla. Ma c’è ancora tempo per metter da parte l’orgoglio e dare retta alla ragione. Sarebbe opportuno cambiare idea prima che sia troppo tardi. In fondo nulla è perduto, si può ancora pensare in grande.

6 agosto 2010

 


  

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