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Finì come altro non poteva finire. Quel meraviglioso regalo agli italiani che avrebbe dovuto essere il coronamento del berlusconismo nella sua fase avanzata, il sogno di un grande partito a vocazione maggioritaria svanisce sotto la scure di una variabile imponderabile: le fagocitanti ambizioni e debolezze di un solo uomo, Fini.
di Anna Adornato
Finì come altro non poteva finire, perché quella “meravigliosa utopia”, che pur nacque, e pur le elezioni le vinse tutte, non tenne sufficientemente conto del fattore F: ovvero quel Fini a cui il progetto del Popolo della Libertà, lanciato dal predellino di un'auto da un Visionario Berlusconi, non piacque mai sin in fondo.
Fu presto sberleffo e gherminella, con tanto di quel “siamo alle comiche finali”che lasciava intendere senza disturbo di dissimulazione, una livorosa volontà di (in)differenza. Allora come adesso non era intesa idilliaca tra i due, con Gianfranco che mal pativa l'intesa con la Lega e sbertucciava l'ipotesi del nuovo partito, o almeno fino a un minuto prima delle nuove elezioni quando era evidente che da solo non poteva vincere.
Fu semplice camuffamento di opportunismo, un incrocio tra il tentativo di evitare il suicidio politico e la rincorsa alla nave vincente che stava per salpare senza di lui. Il Pdl fu viziato sin dall'origine da un peccato sorgivo di mistificazione d'intenti: dentro di sé Gianfranco l'ha sempre saputo, e forse la strategia di logoramento era già chiara nella sua mente.
Sì, perché dopo la riappacificazione col Cav. - fotogramma plastico degno di “Scene da un matrimonio” quello di loro due insieme sul paco del congresso fondativo del Pdl - è stata tutta guerra di trincea per il soldato Fini. La sua battaglia personale per adombrare in tutti i modi possibili il fastidioso astro del fondatore - da cui lo separava e l'ha separato una differenza quasi “antropologica” (due modi diversi di intendere la vita come la politica) - e brillare finalmente di luce propria, meglio ancora se da Palazzo Chigi.
Così, capita che alla storia di un Paese si mescolino lubriche gelosie, le ambizioni sotterranee e l'ansia di ribalta delle umane genti che tutto guastano e corrompono – nella fattispecie, quello che si è palesato a noi sotto forma di fattore F. -
La cronaca di quello che è successo poi, è mesta processione di dispetti e rappresaglie: lo stillicidio di polemiche sempre e su tutto , il controcanto quotidiano che chiede legittimazione nel diritto a esprimere posizioni diverse e in pratica si sostanzia in un affrancamento sistematico da quanto sottoscritto insieme nel programma di governo.
E poi il capitolo finale di questa saga fatta di malanimi e nequizie: l'arma spuntata della deriva forco-giustizialista rivolta contro gli stessi compagni di partito al centro di indagini giudiziarie che Fini e suoi pretoriani non hanno esitato un solo istante ad avallare, sperticandosi in richieste di dimissioni ancor prima di giudizio effettivo, e pazienza se così facevano strame della tradizione garantista che è sempre il perno su cui il Pdl ha poggiato.
Ancora ieri pomeriggio, mentre si attendeva che il divorzio si consumasse, l'organo di comunicazione della destra “petulante” - quella che si sente depositaria di un crisma di alterità e superiorità ideologica - la rivista che vuole “farefuturo” taceva, mentre c'era chi “agiva”, assentandosi dalle votazioni alla Camera per l'approvazione della manovra. Era la pattuglia di deputati finiani, di cui inspiegabilmente s'era persa traccia in Aula.
E che dire poi di quell'interpretazione “ambigua” della terza carica dello Stato usata a mo' di grimaldello per ostacolare l'azione del governo, un uso pretestuosamente e deliberatamente politico della carica di presidente della Camera come mai era accaduto in precedenza.
Finì come altro non poteva finire. Con delle premesse che non lasciavano bene sperare e la fiducia in un ravvedimento che non c'è stato, la scelta di credere che quel 27 di marzo 2009 anche Fini avesse in cuor suo la volontà autentica di costruire un partito che fosse la grande casa del centrodestra e realizzare l'approdo ad un bipartitismo compiuto. Prendiamo atto che così, evidentemente, non è mai stato.
Se il Pdl è morto, non è morto quel disegno liberale e riformatore che lo inspirò. Proseguiremo per la nostra strada, quella già tracciata e poi scelta dalla maggioranza degli italiani.
30 luglio 2010 |