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In questi giorni di travagli e beghe pre-agostane non sembra toccar miglior sorte neanche all'alleato leghista. E sia precisato, lo registriamo non esenti da un certo rammarico e preoccupazione.
di Anna Adornato
Rimpiangiamo i tempi in cui il partito del Senatùr si divertiva a tenere banco con le sue boutade ad effetto, quel gusto guascone della provocazione, quel rincarare la dose e alzare la posta in palio. Era la mistica leghista delle dichiarazioni roboanti e salaci, dove finita la grancassa poi tutto rientrava magicamente nei ranghi, senza sbavature; la Lega “di lotta e di governo” ciarlava con vigoria, alzava i toni forse, ma dopo tornava faconda e operosa a lavorare per rendere efficace e virtuosa l’azione di governo.
Era ed è sempre stata pragmatica. Tutta un’altra storia - per intenderci - da quella attuale, dove ai bisticci e ai litigi, corrisponde per la maggioranza di governo un supplemento non richiesto di disdoro e croce (ahimè, senza delizia). Dalla nomina del ministro Brancher sembra essersi scoperchiato un vaso di Pandora dal quale sono uscite inimicizie, linee di fratture, divisioni più o meno velate e, manco a dirlo, lo spauracchio delle tanto vituperate correnti.
Se infatti il Senatùr ha un bel dire, intimando ai suoi che è «fuori chi fa casino», di frange o “correnti” interne al partito se ne contano almeno sei: la corrente del ministri Maroni e quella di Calderoli, il fronte piemontese guidato da Cota e quello veneto di Zaia, quella del “cerchio magico”dei “fedelissimi” al Bossi, Rosy Mauro e Marco Reguzzoni, l’ala che raduna gli esponenti del Movimento Giovani Padani tra cui l’eurodeputato Matteo Salvini e, last but not least, la frangia eretica dell’Insubria del presidente della Provincia di Varese Dario Galli.
Davanti a tanta variopinta offerta, uno dei malumori dentro al Carroccio è emerso per il caso Varese, quando Marco Reguzzoni ha scaricato su Giancarlo Giorgetti la responsabilità della candidatura di Angelo Ciocca, consigliere regionale fotografato con un boss della ‘ndrangheta arrestato nei giorni scorsi.
I colonnelli non sono ai ferri corti solo in Lombardia. In questi giorni in Veneto non spira esattamente profumo di intesa neanche tra il governatore Luca Zaia e il sindaco di Verona Flavio Tosi. Pare che la chiusura di tre ospedali minori in provincia di Verona disposto dal governatore, abbia cagionato qualche dispiacere a Tosi che considera la sanità veneta da sempre suo ambito di competenza ed interesse.
A surriscaldare il clima in casa leghista, ma non solo, sono state poi le parole di Bossi in materia di Irpef e Iva. «La Lega - sono le considerazioni attribuite dal quotidiano locale La Provincia di Cremona al Senatùr - ha già portato a casa 15 miliardi per i Comuni, ma bisogna trovare l'accordo con Tremonti e vedrete che ce la farò.
Potrebbero girare nelle casse dei nostri Comuni l'Irpef e anche l'Iva, anche se in questo caso la situazione è più difficile. Questo è l'obiettivo di questa estate: il federalismo fiscale, non vado nemmeno in ferie se non chiudo la partita, e sapete che io sono un uomo di parola: piano piano porteremo a casa quello che si può».
Ma almeno questa volta il polverone è stato evitato dalle dichiarazioni del ministro Calderoli che ha definito “sciocchezza” le voci riportate dal quotidiano locale, assicurando che «questi tributi saranno parzialmente ad appannaggio delle Regioni». Se era una voce destinata a venir smentita a stretto giro di posta dai diretti interessati, non può dirsi lo stesso però per il pasticcio delle quote latte. Non è un bel vedere la schermaglia messa su dalla Lega contro il ministro Galan sulla questione affiorata con l’emendamento alla Finanziaria che bloccherebbe il pagamento delle rate. Il neoministro, confermando «la massima fiducia a Tremonti» ha precisato la sua posizione in merito aggiungendo: «Sono qui per dare una sensazione di serietà alla presenza italiana a Bruxelles; mentre là difendono un piccolo manipolo di trasgressori».
Non proprio un’iniezione di irenismo. Sferzante e al vetriolo è arrivato anche il commento di Bossi che, a quanti dentro al Carroccio invocavano le dimissioni di Galan, ha replicato: «non posso cacciarlo, ma chiederò a Zaia di scendere in campo. Lui ha a cuore la situazione, non come Galan che parla e basta».
Galan si è chiesto quindi: «E’ necessario andare a commettere un’infrazione al Trattato Ue, sapendo di commetterla, per proteggere chi? Per difendere 67 o poco più allevatori non è stato sufficiente far pagare al contribuente italiano 1,7miliardi di euro che sono quelli che l'Europa si è trattenuta nel periodo tra le campagne 1995-1996 e 2001-2002?».
Senza contare, ha aggiunto, «che un'altra infrazione sarà accompagnata da ammende salate. Se fossimo in un periodo dorato, ricchi sfondati.... ma stiamo chiedendo sacrifici a tutti. Il rigore dov’è». Non dimenticando, aggiunge, «che c’è senso di ingiustizia per il 95% dei produttori di latte italiani che sono in regola».
Un motteggio ruvido e schietto che risulta come benzina sul fuoco sulla sensazione, assai palpabile invero, che sull’affaire quote latte la Lega abbia agito più secondo i dettami di una piccola consorteria di potere piuttosto che in sintonia con quell’anima “popolarista” che ha da sempre costituito il suo (vincente) marchio di fabbrica.
Spasimi, sussurri e grida sono quelli che si levano attorno alla diatriba tra il senatore del Carrocio Stiffoni e il prosindaco trevigiano Gentilini. Motivo del dibattere sarebbero state le sollecitazioni con cui lo sceriffo di Treviso ricordava al ministro Maroni che nel programma originario della Lega rientravano l’abolizione delle province e la cancellazione dei prefetti. Così è stato Stiffoni a riportarlo alla disciplina ribadendo tetragono: «Fuori dalla Lega chi non si allinea al progetto federalista del partito». Giancarlo Gentili però non ha fatto una piega replicando:«Mi vogliono mandare a casa perché io sono l’espressione della vera Lega e qualcuno ha perso il ben dell’intelletto».
Ad abbassare i toni è dovuto così intervenire Luca Zaia ricordando una volta per tutte come «le polemiche non facciano bene alla Lega».
Il problema è che le polemiche, alimentate dal correntismo, fanno male non solo alla Lega ma a tutto il governo..
29 luglio 2010 |