| Uso politico del Tar |
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Gli uomini del Cavaliere condividono la teoria della trappola: C'è un chiaro uso politico del Tar, utilizzato da qualcuno per mettere fuori gara gli avversari.di Marco Gorra da Libero «C’è un disegno molto ben pensato». Silvio Berlusconi evoca apertamente quello che nel PdL si va mormorando da giorni. Dietro l’esclusione del partitone azzurro in Lazio e Lombardia c’è qualcosa. Qualcosa che per i fedelissimi del Cavaliere non è peregrino chiamare complotto. Nell’inner circle berlusconiano non si fatica a trovare conferme ai timori del premier. L’espressione più ricorrente è: uso politico del Tar. Perché, ragionano gli azzurri, se è fisiologico che nel procedimento preparatorio delle elezioni ci sia del contenzioso amministrativo, non lo è che il fenomeno assuma le proporzioni che si sono viste in questi giorni. Anche perché da che democrazia è democrazia la presentazione delle liste avviene con modalità, per così dire, eterodosse. Le firme in bianco in calce a liste che venivano perfezionate la notte prima della consegna ci sono sempre state, e i tribunali hanno sempre chiuso un occhio, quando non due. Tutti hanno sempre fatto così, radicali inclusi. Ecco, i radicali. Perché se complotto c’è, i pannelliani ne sono stati il magari inconsapevole braccio armato. La strategia è chiara: mi presento con modalità volutamente irregolari, deposito i faldoni e subito dopo mi autodenuncio. Fanno così da decenni, è la famosa disobbedienza civile che mette a nudo le storture del sistema. Solo che stavolta, sospettano nel PdL, hanno fatto il salto di qualità: l’obiettivo era arrivare al Tar. Da lì, accedere agli atti delle altre liste, spulciarli e denunciare i concorrenti è stato un attimo. Emblematico il caso Formigoni, con la Corte d’Appello chiamata a pronunciarsi su una decisione che essa stessa aveva preso e col Tar a sancire l’illegittimità di un tribunale che si autogiudica. C’è stata una mutazione genetica della procedura elettorale che non è più un sistema a garanzia della lista, ma un modo che io sfrutto per farti fuori. Il timore dei berlusconiani è che la faccenda degeneri: «Chi impedisce», si chiede Giorgio Stracquadanio, ascoltato spin doctor del Cavaliere, «che chiunque presenti liste farlocche al solo scopo di farsele respingere per mettere le mani sui faldoni degli avversari e crocifiggerli ai tribunali?». I più arditi si spingono a tracciare paragoni con l’est Europa del dopo-Yalta, quando i partiti che non prendevano ordini da Mosca venivano fatti fuori a colpi di cavilli e si risparmiavano un paio di movimenti contadini a fare da foglia di fico per quello che di fatto era un sistema monopartitico. E pensare che, quando si dimise Marrazzo e - a rigore di statuto - il Lazio sarebbe dovuto andare alle elezioni anticipate, il Cavaliere rifiutò di vincere facile e rimandò la sfida al 28 marzo. A fare i signori, d’altro canto, notoriamente ci si rimette. 12 marzo 2010 |