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È passato pero ogni stagione della Prima e della Seconda repubblica. E stato al centro di processi storici. Oggi, davanti alle nuove inchieste, propone una ricetta. Molto andreottiana.
di Stefano Brusadelli da Panorama
«Oggi vedo in giro troppa emotività nel giudicare la situazione del Paese. Servirebbero meno enfasi e più obiettività. Non siamo nel paradiso terrestre, certo, ma nemmeno all'inferno». Dopo la più straordinaria carriera politica della storia repubblicana (sette volte presidente del Consiglio; prima esperienza di governo ad appena 28 anni, nel 1947; capo di una delle più potenti correnti democristiane), a 91 anni Giulio Andreotti si può permettere il lusso di considerare le sconfortanti cronache politico-giudiziarie di queste settimane con l'animo disincantato dello storico più che con quello del politico di prima linea. La conversazione non può che partire dalla «Tangentopoli bis» che si sta dipanando tra le procure di Roma, Firenze, Perugia, Milano. E che per alcune caratteristiche sembra replicare lo strano terremoto avvenuto tra il 1992 e il 1994, dal quale uscì in frantumi non solo la sua Dc, ma l'intera Prima repubblica. Diciotto anni dopo l'avvio di Mani pulite, non vede di nuovo il rischio di un'implosione del sistema politico, schiacciato dalla disapprovazione popolare? Sarei molto cauto nello stabilire paragoni tra le vicende di questi giorni e i tempi di Mani pulite. Anche perché confesso che mentirei se dicessi che ho le idee chiare sugli avvenimenti di quegli anni... Che cosa non le è chiaro della Tangentopoli degli anni Novanta? Più passa il tempo e più si capisce che ciò che in quegli anni sembrava chiaro e luminoso in realtà era piuttosto nuvoloso, e viceversa... Tornando alla cronaca di oggi, emerge lo spaccato di un'Italia marcia... Credo che come in ogni altro momento della storia nazionale ci sia chi fa il proprio dovere, anche eroicamente, e chi invece va fuori strada. Sembra che gli interessi economici stiano prevalendo sulla politica, ne abbiano preso la guida. È così? La politica deve essere mossa da un'ispirazione ideale. Ma non si muove in un mondo astratto. Gli interessi economici esistono, pesano. Occorre però non farsene dominare. Meglio stabilire una giusta convivenza. La prende mai il sospetto che Tangentopoli non sia servita a niente? Certo, dopo quegli anni non abbiamo ancora trovato, purtroppo, una soluzione capace di migliorare il funzionamento del Paese. Perché questo fallimento? Se tutti fossimo stati meno faziosi e meno prigionieri dei rispettivi pregiudizi, avremmo individuato rapidamente il modo di uscire da quella stagione, migliorando anche la vita nazionale. E invece sembra che si sia ancora prigionieri di quel clima di aggressione reciproca. Domina l'aggressività, c'è poco spirito costruttivo. Servono le riforme istituzionali per fare dell'Italia un paese più normale? Le riforme sono importanti, ma non sono mai stato dominato dall'ansia di correre a fare le «grandi riforme». Si cammina meglio a passo cadenzato che correndo. Per prima cosa, lo ripeto, servirebbe meno faziosità. E poi buona amministrazione, con qualche solida idea di fondo circa la direzione nella quale procedere. Prova qualche nostalgia per la Democrazia cristiana? No, non quanto si potrebbe pensare. In questo mondo niente, e nemmeno la Democrazia cristiana, è una totale espressione del bene; così come niente è totale espressione del male. La Dc e anche la sua corrente furono spesso oggetto di inchieste per corruzione. Ha da rimproverarsi, quantomeno, uno scarso controllo su quel che succedeva dentro il partito? Oggi posso dire che una parte delle critiche che venivano mosse alla Democrazia cristiana non era fondata. Ma il potere, si sa, attira sempre la malignità. Certo, si poteva fare meglio; ma non ho mai creduto che noi democristiani fossimo, o che siamo, perfetti. Ma esiste o no la presunta superiorità della sinistra sul piano dei rapporti tra etica e politica? Diciamo che una parte notevole della sinistra italiana ha ricevuto in eredità, da un passato fatto di prove e di sofferenze, un carattere che la qualifica positivamente. Secondo lei i grandi partiti hanno fatto il loro tempo? I partiti come «contenitori di idee», cioè come punti di riferimento ideali, sono realtà delle quali si avrà sempre bisogno. Il rischio che scorgo è che i partiti si riducano all'aspetto organizzativo, dimenticando del tutto l'elaborazione ideale. Ma lei prova mai nostalgia della politica attiva? No, non ne ho alcuna nostalgia. Del resto, mi trovo in un'età nella quale mi capita più spesso di pensare al dopo che all'oggi. Condivide l'opinione che la classe politica di oggi sia meno valida di quella della cosiddetta Prima repubblica? Premesso che, non vivendo più la politica direttamente, ho qualche difficoltà a rispondere, oggi avverto semmai il rischio di un certo schematismo dei comportamenti politici a seconda della propria forza di appartenenza. I risultati di questo «schematismo»? Rende la politica meno flessibile: oggi è meno capace di cogliere le novità, anche per quanto riguarda la situazione internazionale. E che cosa dice di un'altra opinione corrente, secondo la quale la società civile italiana sarebbe migliore della sua rappresentanza politica? La politica non è un circolo ricreativo: esprime la società civile. Quale consiglio darebbe a un giovane che si affaccia adesso alla politica? Quello di non considerarsi mai il detentore della verità assoluta in un mondo di ignoranti. E di avere l'umiltà di mettere sempre alla prova le proprie convinzioni. C'è stato un incanaglimento del Paese rispetto a vent'anni fa? Non bisogna giudicare frettolosamente. Non siamo certamente nel migliore dei mondi possibili, ma nemmeno nel peggiore. E la storia ci insegna che anche nei momenti di maggiore difficoltà uno spiraglio di luce viene sempre fuori.
12 marzo 2010 |