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Ho visto dare Berlusconi per spacciato tante volte. Ma è quando viene messo all'angolo che Silvio riesce a uscire dalla corda e mettere a segno il colpo del ko. Non a caso ieri ha detto di esser talmente carico da sentirsi pronto a battere Carnera.
di Mario Sechi da il Tempo
Il Cavaliere sale sul ring elettorale, ma in realtà più che la metafora pugilistica, qui dovremmo usare la figura retorica del ciclone. Il presidente del Consiglio ha preso atto del clima politico, dell'impossibilità di giungere a un accordo con il centrosinistra sul pasticciaccio delle liste e ha agito di conseguenza. La politica non è fatta per i santi, non si può chiedere al capo del partito di maggioranza di assistere inerme alla decimazione delle sue truppe sul campo del voto e addirittura porgere l'altra guancia. Questa situazione di scontro totale è stata creata, voluta e perseguita da un'opposizione che ha barattato la democrazia per un paio di timbri e scartoffie. Uno scenario da battaglia legale s'è trasformato in battaglia navale con le cannoniere schierate. Fa sorridere il segretario del Pd Pier Luigi Bersani che chiede a Berlusconi di smetterla con i ricorsi. Il Pdl nel Lazio è sparito per mano giudiziaria e il Pd non contento pretende anche che il centrodestra s'arrenda, consegni le armi e lasci che nel Lazio la partita sia decisa a tavolino.
Il Tempo nei giorni scorsi ha spiegato che l'ottusità del formalismo giudiziario avrebbe compromesso il delicato patto che lega gli elettori alle istituzioni e avvelenato il già infuocato clima della campagna elettorale. In pochi hanno compreso dove sarebbe andata a parare la storia del pasticciaccio. Negare la democrazia sostanziale e «la piena rappresentanza» evocate dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha condotto dritti a un inasprimento del confronto politico. Ignorare i diritti del corpo elettorale (organo costituzionale dello Stato) per privilegiare l'interesse di parte è stato un errore colossale che rischia di diventare un boomerang per il centrosinistra nel Lazio e non solo. La candidata del centro-destra, Renata Polverini, secondo i sondaggi, può vincere comunque le elezioni perché i cittadini che votano centro-destra non ci stanno allo scippo del voto. La popolarità della Polverini, subito dopo il caos provocato dalla cancellazione della lista del Pdl nel Lazio, è aumentata di un paio di punti e il distacco in termini di riconoscibilità del candidato del centrodestra s'è praticamente annullato. Il rumore assordante provocato dal Pd in cerca d'autore, dall'Italia dei Valori con la camicia viola e dalla Bonino stretta nell'abbraccio di Marco Pannella, ha finito per cancellare il messaggio politico e dare l'idea del furto con destrezza compiuto mentre rullano i tamburi e si pensa che il cittadino sia distratto. Niente di più falso. Il Tempo ha organizzato una campagna chiamata «fateci votare Pdl» che ha raccolto mille firme al giorno e in quell'occasione ho avuto la conferma piena di quel che sospettavo: gli elettori del centrodestra sono un corpo vivo, silenzioso, che quando è pungolato risponde alla chiamata. Un elettorato più intelligente di quanto predichino gli opinion maker della sinistra salottiera. Un pubblico che critica duramente la sciatteria con cui è stata gestita la presentazione delle liste, che vuole vedere l'energica pedata del Cavaliere sul didietro di quei dirigenti politici incapaci di gestire una cosa facile facile come il deposito di una lista di partito in tribunale, ma nello stesso tempo non prono alle decisioni arbitrarie, alle provocazioni dei radicali, alle critiche accigliate dei benpensanti in cachemire che pensano di poter dispensare lezioni al prossimo forti di una superiorità morale e antropologica della sinistra de noantri che non esiste. Berlusconi prima di cominciare una campagna elettorale che sarà tambureggiante, le ha davvero provate tutte per cercare di mettere ragionevole pezza a una situazione che rischiava di essere incontrollabile. Ha lavorato ai ricorsi in sede legale, ha collaborato lealmente con il Quirinale che a sua volta ha dimostrato tutta la sua saggezza istituzionale firmando un decreto che avrebbe potuto evitare questo clima da guerra nel Pacifico. Ma il Pd ha sbattuto la porta. Pressato dall'Italia dei Valori, sotto scacco dipietrista, preoccupato di non farsi arare il terreno dal trattore di Tonino, pronto a dire sì a qualsiasi proposta balzana venisse dal campo radicale, preso a sassate dal popolo viola (lo abbiamo tutti i giorni sotto le finestre di Palazzo Wedekind e vi risparmio, cari lettori, la profondità della loro visione politica), il partito che dovrebbe far sventolare la bandiera del riformismo, s'è trasformato in un ostaggio che domani sfila in una piazza che digrigna i denti contro il Capo dello Stato. Patetici sono i tentavi del Pd di prendere le distanze da Di Pietro. È troppo tardi. È già suonata la campana dell'ultimo round. Questo è lo scenario in cui si svolgerà d'ora in poi la campagna elettorale. «Una bolgia» come ha detto un preoccupato Napolitano. Ma la proposta di abbassare i toni è diventata carta straccia quando il Pd ha scelto la carta bollata. Berlusconi non aveva scelta. C'era una sola strada possibile, perché un'altra l'avrebbe condotto in un vicolo cieco al termine del quale c'era un cartello con la scritta «sconfitta». Così il Cavaliere ha deciso, ancora una volta, di caricarsi sulle spalle il peso di una campagna elettorale a supervoltaggio e ad alta velocità. Cari lettori, allacciate le cinture.
12 marzo 2010 |