il Predellino

Home
Con Bettiza la Cina è più vicina
Con Bettiza la Cina è più vicina PDF Stampa E-mail
Venerdì 10 Luglio 2009 09:24

La precipitosa fuga dall'Italia di Hu Jintao, presidente della Repubblica cinese, offre diverse e comprensibili interpretazioni.
Il Predellino pubblica l'interessante analisi di Enzo Bettiza da la Stampa

 

 

Anzitutto la sua ansia di non farsi intrappolare dagli eventi dello Xinjiang in fiamme, come accadde ai tempi di Tienanmen allo sfortunato segretario del partito Zhao Ziyang, e quindi la necessità di parare per tempo a Pechino possibili contraccolpi di potere.
Si somma inoltre, a queste ovvie preoccupazioni, anche un dato biografico d'importanza politica e tecnica inseme: Hu Jintao era il ras comunista del Tibet quando nel 1989 scoppiò una prima grave rivolta dei monaci di Lhasa. Verrebbe fatto di dire: chi meglio di lui, presidente della repubblica, segretario del partito, esperto repressore di sommosse etniche, potrebbe oggi essere in grado di affrontare lo spettro di una guerra civile nel Far West dell'immensa Cina?
In seconda battuta le cose appaiono invece più complicate, sia per Hu personalmente, sia per il partito collegialmente, sia per l'oceano umano sempre più irrequieto alle loro spalle. C'è una notevole differenza, per la stabilità strategica della Cina, tra un Tibet isolato sulle vette dell'Himalaia, popolato da poco più di tre milioni in maggioranza buddisti, e uno Xinjiang di venti milioni d'abitanti di cui circa la metà è d'etnia turcofona e di religione islamica. Il Tibet per i cinesi fu ed è un simbolo di potere imperiale, una seconda muraglia stratosferica confinante col cielo, un emblema di raffinato e armonioso possesso orografico. Quanto alla sovranità tibetana, tutti sanno che non arriverà mai. Le sommosse, lassù, si placano e riassorbono con la stessa veloce imprevedibilità con cui esplodono. Pechino stessa sa che, prima o poi, dovrà concordare con il sorridente Dalai Lama qualche più ampia concessione autonomistica e che il tasso del separatismo tibetano si fermerà lì.
Altra e ben più pericolosa è la situazione sulla cosiddetta «Nuova Frontiera» della Cina. Qui tutto è più fluido, geograficamente più permeabile, etnicamente e religiosamente più intricato. Qui i confini
dell'antico Turkestan cinese, noto in Occidente come Sinkiang, ribattezzato nel 1955 «Regione autonoma uigura dello Xinjiang», sfumano e quasi si confondono con gli idiomi e la confessione delle repubbliche musulmane ex sovietiche dell'Asia centrale; dall'Uzbekistan, dal Kazakhistan, dal Turkmenistan, dall'Afghanistan filtrano fin qui i semi del sufismo sunnita che, stimolati dalle invasioni modernizzatrici cinesi, attecchiscono con relativa facilità nelle tradizionali moschee turcomanne degli uiguri e dei kazaki indigeni. Pure la storia da queste parti era stata fluida e incerta, visibile e invisibile come la Via della Seta o le scorrerie saccheggiatrici delle orde di Gengis Khan. I legami con la Cina vera e propria erano stati sempre episodici; la conquista definitiva della regione avvenne appena nel 1884, sotto la dinastia manciù dei Qíng. Ma fu, più che altro, un palliativo, un blasone geografico esterno di un impero in declino. La normalità, tra un flagello e l'altro, non arrivava mai. Basti pensare che ai tempi della prima repubblica cinese, dal 1912 in poi, quando la legge la facevano le baionette dei governatori militari, i vari distretti o «prefetture» della sperduta contrada vivevano in una dimensione estranea ad ogni forma di economia moderna. Non esistevano banche, mentre circolavano quattro monete differenti, chiamate «tael», i cui reciproci tassi di cambio variavano da Urumqi a Turfan, da Kashgar a Ili.
La Cina contemporanea, la Cina comunista, non ha certo usato il guanto di velluto nello Xinjiang «autonomo» di nome. A partire dagli anni cinquanta i maoisti vi provocarono una sequela di disastri. Le gigantesche e fallimentari comuni distrussero una società arcaica, islamizzata da secoli, dove gran parte del mercato rurale si fondava ancora sulla pastorizia, sul nomadismo, sul bazar; dopodiché l'ateismo profanatorio delle guardie rosse, ai tempi delle rivoluzione culturale, approfondì l'oltraggio violentando moschee e bazar e annientando quel poco che restava di una piccola economia agraria individualistica e naturale. I primi esperimenti riformatori che Deng Xiaoping, dopo le tabule rase di Mao, tentò di introdurre nella regione precipitata nella miseria, io li riscontrai sul posto ne11987 e, per quanto riuscivo a capirne, mi sembrarono positivi.
Ricordo una visita in una delle prime aziende «capitaliste» di Urumqi fondata sulla principale mate-
ria greggia locale: abbigliamenti di lana e di cashmere. Scelta oculata, volta alla creazione di un'industria leggera legata all'ambiente pastorale del luogo. Niente più tute paramilitari di cotone blu, bensì maglioni e pullover squillanti nelle tinte dell'arcobaleno. L'inattesa ditta di Urumqi, come mi disse il direttore, impiegava oltre 1300 operaie, aveva un suo ufficio a Hong Kong, importava metodi manageriali dal Giappone, si finanziava con un 38 percento di capitali stranieri, e competeva già allora sui maggiori mercati delle Americhe e d'Europa. Sembrava un miraggio emerso, più che
dalla testa di Deng, dai vortici dell'uragano nero, il «karaburan», che da febbraio a marzo tra-
sforma le sabbie eterne del Takla Makan in un regno d'allucinazione.
Ma si avvertiva già l'altra faccia del miracolo denghista: l'alluvione migratoria della schiacciante etnia han verso una terra ricca di giacimenti di petrolio, di gas, di minerali. Nel 1949, su una popolazione globale di poco meno di cinque milioni, i cinesi han erano appena trecentomila. Prima ancora, cinese era soltanto il mandarino, il governatore, l'esattore, l'usuraio, il signore della guerra. Nel"anno del mio soggiorno erano già cinque milioni contro altrettanti cinque di uiguri. Oggi il rapporto è raddoppiato anche se, nella sostanza, è rimasto paritario: circa dieci milioni contro dieci. Ma si tratta, purtroppo, come stiamo vedendo in questi giorni, di milioni in gran parte radicalizzati dall'una e dall'altra parte: molti i fondamentalisti tra gli uiguri musulmani, moltissimi i nazionalisti tra i cinesi han. La cinesizzazione modernizzatrice, ma fomentarice al tempo stesso di discordia e d'invidia sociale, ha prevalso nel governo delle istituzioni regionali, municipi, sedi di partito, camere di commercio, grandi e medie aziende. La capitale Urumqi, due milioni e mezzo d'abitanti,
è ormai più cinese che uigura. S'aggiunge poi al tutto la nevrosi di frontiera. Ancora nelle epoche in cui non si vedevano nel Nordovest molti cinesi, i signori di Pechino consideravano quell'Estremo Occidente come un valico invitante alle invasioni da Alessandro Magno fino ai russi zaristi ,e sovietici. All'istinto millenario di ogni han è rimasto sempre presente un vecchio monito: «Se lo Xinjiang è perduto, la Mongolia è indifendibile e Pechino è vulnerabile». Le sorti dello Xinjiang, la sua prosperità, sono ormai inscindibilmente legate ai ritmi e ai successi del continente cinese nel suo complesso. Così come le sorti del continente restano, più che mai oggi, notevolmente legate alla stabilità politica dello Xinjiang e alla convivenza pacifica tra le due maggiori etnie che ne compongono il frantumabile mosaico.

10 luglio 2009

 


  
 
L'Acquario

Oggi il pesce rosso è più laconico del solito perché un problema complesso ha trovato soluzione: «Che fai mi cacci?» Aveva chiesto l'uomo dalla cravatta rosa: Risposta secca : «Si!»
Ora tocca all'allegra compagnia di Bocchino Granata Viespoli risolvere un altro quesito: « Siam finiani o siam finiti?» 

Il Pesce rosso

30 luglio 2010

 



LETTURE

venerdì, 30 luglio

Bello, brutto e cattivo
Senza pietà: il Cavaliere va alla guerra contro i finiani con grande convinzione e determinazione. I retroscena di Paola De Caro e Alessandro De Angelis. Esulta Vittorio Feltri, convinto che la quiete, dopo la tempesta, non possa che far bene al governo.
Al “controcanto” pensa Giuliano Ferrara, mediatore fallito: Silvio ha sbagliato, meglio un divorzio razionale, così pagherà un prezzo.Poi però il direttore del Foglio enumera le ragioni che stanno dalla parte del Cav. Più rude Maurizio Belpietro: siamo solo all’inizio di una battaglia senza esclusione di colpi.
Più raffinato Mario Sechi: sbagliato e riduttivo pensare che sia un semplice ritorno alla divisione An-Fi.

Meteo politico
È l’ora delle previsioni: finiani in affanno al senato, i conti al momento non tornano. Gianluca Roselli, pallottoliere alla mano, spiega: Silvio deve trovare otto deputati per stare tranquillo. Ma potrebbe essere Rutelli, secondo il Giornale, l’ancora di salvezza del leader Pdl. Resta il rebus sulla presidenza della Camera: come cacciare l’ex leader di An? Azzardiamo un’ipotesi, un suggerimento che potrebbe muovere il duodeno di Gianfranco: la maggioranza che esce dall’aula quando vi entra lui.

Storia di un amore mai nato

L’imprenditore e il politico, 16 anni insieme senza volersi troppo bene. Firmato Pierluigi Battista.

Grandi manovre… quelle vere!

Poche ore prima del divorzio, la Camera ha approvato
la finanziaria che taglia gli sprechi, combatte l’evasione e aiuta l’Italia a uscire dal tunnel della crisi.

Cesare non vive a Palazzo Grazioli   

La procura di Roma smentisce la ricostruzione delle intercettazioni: con la P3
il premier non c’entra
. E adesso chi si scusa?

Obiettivo flessibilità
Caso Fiat, leggete
Oscar Giannino!

 

Aforismi fiorentini

Alla trasmissione Omnibus estate, su La 7, Livia Turco ha detto: “sono garantista, ma ci sono indagini e indagini”.
Poi ha spiegato che quella su D’Alema, per esempio, è diversa dalle altre.
Garantismo Turco?

 
Il Taciturno

30 luglio 2010


 



 Dal PDL


venerdì, 30 luglio

Benedetto Della Vedova
“Questa è paura della politica”. Intervento prevedibile e contorto.

Gennaro Malgieri
.
Ottimista come sempre: “Il divorzio di Fini peserà sugli equilibri del Lazio”.

Amedeo Labocetta
con buonsenso “Consiglio ai finiani, gli italiani non amano chi fa la guerriglia”. 

Carmine Santo Patarino

“Noi non abbiamo intenzione di andare via”. Coerente.

Francesco Divella
“Seguirò Fini fino alle estreme conseguenze”. Incosciente?

Domenico Di Virgilio
“Non mi pare ci siano prove concrete contro Denis Verdini”. Garantista come sempre.

Gaetano Quagliariello
“Abbiamo visioni diverse, noi da destra liberale e loro da giustizialisti”.

Enzo Scotti
“Il governo andrà avanti e saremo coesi”. Ottimista.

Roberto Formigoni
“Ora nessuno osi parlare di tagli”.
che ammette:"Non bastano gli aiuti di stato per aiutare la famiglia".

Arte, Cinema, letteratura e molto altro ancora
 
 
 
 
 "Biblioteca del pensiero liberale"