| Tra il Direttorio e Versailles meglio Versailles |
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| Mercoledì 04 Agosto 2010 10:46 | |||
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Oggi leggiamo sui giornali che Bocchino sarà il capogruppo alla Camera e Viespoli al Senato. Bene. Chi ha effettuato tale scelta? C’è stata una votazione? Speriamo di sì, ma non se ne ha traccia. Quella di Bocchino, tra l’altro non è stata una scelta felicissima. Molto più problematica per la compagine berlusconiana sarebbe stata la scelta di Menia. Bocchino è uno dei tre deferiti ai probiviri, mentre Menia è noto per le sue scelte di libertà anche prima di questa diatriba. Al primo congresso del PdL quando il rampante Bocchino sciorinava peana per il nuovo partito, quella di Menia fu una delle voci fuori dal coro. Inoltre come mai il liberal libertario Della Vedova accetta di fare il vicecapogruppo ad un gruppo tanto poco democratico? Sarebbe dunque bene mettere in guardia i tanti scontenti per la gestione del Pdl locale, che talvolta, alla base, è davvero deprimente, insopportabilmente arrogante e soprattutto volta ad escludere, i quali guardano con favore a questa nuova posizione dei finiani. Attenzione non si tratta di un cambiamento di liberalizzazione e pulizia dentro ad un quadro politico programmatico che si condivide. Si tratta di attentare alla leadership assoluta di un capo per sostituirne un’altra, certamente peggiore perché non carismatica. Abbiamo visto “usare” di volta in volta argomenti diversi con questa finalità. Il testamento biologico, la cittadinanza agli immigrati, la democrazia interna al partito ed infine la legalità. Un logoramento costante che ha alla fine prodotto una spaccatura. Ieri c’è stata una decisione presa e calata dall’alto. Francamente, se proprio non ci deve essere democrazia, ad un direttorio, grigio, triste e rigorosamente maschilista c’è chi potrebbe preferire il colore e la gaiezza (con tanto di cortigiane) della corte del Re Sole, al quale tra l’altro, si devono importanti riforme su cui ancora oggi si fondano le regole del diritto europeo. Oggi assistiamo ad un patto di giornata che unisce 80 deputati, alcuni dei quali, i componenti dell’attuale governo, voteranno in modo difforme. Oggi troviamo insieme una parte dei deputati scelti dal popolo come Pd, i rutelliani, l’Udc che ha scelto la neutralità ed una parte del Pdl, in un minestrone tutto cucinato nel Palazzo, senza verifiche popolari. Questi novelli discepoli della “responsabilità”, evocata nelle interviste di ieri fino alla nausea, hanno chiarissimamente in comune un solo progetto: evitare le elezioni. Azzardano a spostare anche in avanti questo loro proponimento, per così dire “di pancia” (vogliono restare sui loro scranni), tentando di conferire ad esso una valenza politica. Non si vogliono le elezioni perché non ci si può andare con questa legge elettorale. A parte la non irrilevante questione dell’abolizione delle preferenze, per reintrodurre la quale e garantire, al tempo stesso, democrazia occorrerebbe ridisegnare i collegi elettorali, in realtà il lato positivo di questa legge è proprio lo sbarramento che impedisce alle aggregazioni nate nei palazzi di ritrovare successivamente, con il solo voto dei parenti e degli amici, una rappresentanza in parlamento e condizionare l’azione del governo. Pasticci nuovi con logiche molto vecchie. I Finiancasinisti con i rutelliani e gli altri micro aggregati evocano tristemente l’epoca delle Convergenze parallele. Noi preferiamo continuare saldamente a credere che: due rette si dicono parallele se non hanno nessun punto in comune. 4 agosto 2010
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