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Comunista. Berlusconi è un comunista. Anzi, peggio, il degno erede della tradizione sovietica, dove epurare era considerata la migliore delle prassi politiche.
di Giacomo Petrella
In sintesi, è questa l’accusa di Fini e dei suoi seguaci, quelli censurati dall’ufficio di presidenza del Pdl per aver additato, fra le tante altre cose, l’attuale governo di compiacenze mafiose.
Prova dello spirito totalitario e bolscevico del provvedimento in questione, sarebbe l’ascendenza politica del suo ipotetico redattore: il coordinatore del partito Sandro Bondi, già esponente Pci. Ecco spiegato il tutto, dicono i finiani, ecco la prova del carattere antiliberale del partito della libertà e dell’amore che uccide la destra moderna e plurale. Rantoli di chi ha perso il proprio futuro politico, a prima vista.
Più attentamente, paradosso politico-culturale assai divertente se si considerano l’anticomunismo viscerale del Premier e degli ex-Fi e la dimensione sessantottarda dei riferimenti ideali di Fare Futuro e del Secolo d’Italia: dallo sdoganamento di Bella Ciao, alla difesa della “costituzione sovietica” del ’48, dal neofemminismo antipadronale, sino all’esaltazione poppettara della subcultura fascio-comunista tipica del finianesimo veltroniano da premio Strega.
Incredibile ma vero, mentre l’impolitico Fini, l’astratto Fini, il professor Findus, come ebbe a chiamarlo Marcello Veneziani recensendo il suo libro, inseriva nel manifesto programmatico della sua destra culturale ogni possibile riferimento al socialismo liberale, al progressismo democratico, scegliendo così la cultura perdente della sinistra italiana ed europea, il Cavaliere si faceva talmente politico, talmente pragmatico, talmente leader di un cambiamento epocale volto alla Terza Repubblica e non agli equilibri del momento, da accettare i rischi di un’”epurazione”, con la tipica forza creatrice di chi spezza il nodo gordiano, di chi assale senza remore il grigio palazzo del potere.
Paradosso davvero incredibile, il riformista Fini, il progressista nato dalle ceneri della più becera cultura cesaristica, strepita adesso contro il Tycoon che si fa Stato in una sorta di “rivoluzione permanente” nata agli inizi degli anni ’90, proprio quando a Fiuggi e alla Bolognina, l’idea di una politica forte, fatta di carisma e mobilitazione, di progetto, spazio e costruzione, veniva furbescamente messa in pensione, alleggerita di tutte le sue componenti più attuali, asservita alle dinamiche sovranazionali allora emergenti.
Paradosso della storia, paradosso della politica, paradosso dell’uomo, oggi Berlusconi resta primo attore della scena, primo fante sul campo di battaglia, con la nomea che meno si sarebbe potuto aspettare dopo essere sceso in politica per salvare l’Italia dal riformismo progressista di Occhetto e De Benedetti: la nomea di comunista e di bolscevico.
Un paradosso intrigante, che riporta la politica al suo lato più bello, fatto di passione, di alchimie incomprensibili, imprevedibili per tutti quegli scienziati e professionisti della politica, spin doctor, editorialisti di professione, incapaci di raccogliere le storie degli uomini e delle loro lotte.
Un paradosso intrigante, come l’inconsistenza del Pd, erede e traditore di quella stessa tradizione. In fondo è proprio questo il punto che rende i finiani sconfitti dalla storia: Berlusconi accusato d’essere il Sol dell’avvenire.
Giacomo Petrella
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