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Ci troviamo di fronte a un grande professionista della politica. In confronto a lui D’Alema è l’assessore al contenzioso di un comune della B.A.T. Vi spieghiamo come agisce, come si muove e si trasforma il “non fondatore” del PDL.
di Alfonso Piscitelli
Il giorno dopo l’espulsione sua e dei suoi stretti collaboratori dal PDL, vogliamo offrire un contributo alla fenomenologia di Gianfranco Fini. Incominciamo subito con un elogio. Sia ben chiaro che ci troviamo di fronte a un grande professionista della politica. Forse il più grande da quando sono usciti di scena gli highlanders democristiani. In confronto a lui, Massimo D’Alema è un assessore al contenzioso in un comune della B.A.T.
Come agisce, come si muove il professionista Fini nell’habitat della politica italiana? Individuiamo tre costanti di comportamento. 1. Gianfranco Fini innanzitutto si muove all’ombra di un potere più forte di lui o di una sponda che lo rafforza di rimbalzo. Privo della capacità di attirare consensi, Fini riesce tuttavia a guadagnarsi la fiducia di autorità più elevate. Fu Almirante a insediarlo come segretario del Fronte della Gioventù e poi del Movimento Sociale Italiano. Da lì in poi deve tutti i passi successivi della sua carriera all’appoggio di Silvio Berlusconi: Berlusconi avanzava nei consensi, Fini seguiva di poltrona in poltrona. Giunto a un punto importantissimo del suo cursus honorum (la Farnesina) Fini ha cominciato a cercare nuovi sponsor, nuove autority. Nella convinzione che Berlusconi avesse i giorni contati. Attualmente il suo punto di riferimento è quell’area politica, economica e mediatica che potremmo definire “di mezza sinistra”, di sinistra ma non tanto. Tutte le dichiarazioni politiche di Fini accarezzano le idee di questa area che non vince le elezioni, ma spopola al festival di Venezia e nei salotti buoni. Fini è un centrista che è partito da lontano: dall’estrema destra è arrivato al centro, o meglio all’epicentro di un’area di interessi che continuamente è in cerca di nuovi politici da lanciare come “leader”. Meglio ancora se questi politici sono “grigi”, perché così più facilmente… consigliabili. E Fini come una vecchia Fiat Uno è più che grigio: è grigio metallizzato.
2. Tecnicamente Fini è un camaleonte, innalza ad un livello geniale e consapevole una delle più vecchie armi della evoluzione: il mimetismo. Non sto offendendo. Chiunque conosca minimamente le trasformazioni di Gianfranco non può che acconsentire. E comunque, “ab uno disce omnes”; scegliamo un esempio che taglia la testa al toro. Vi propongo di andare in via della Scrofa e di bussare alla porta di vetro della redazione del “Secolo d’Italia”. Vi accolgono sempre gentilmente, ma non dite che vi ha mandato il Predellino.it. Chiedete di consultare la raccolta del Secolo d’Italia: i libroni rilegati sono proprio alle vostre spalle, di fronte al gabbiotto della reception. Non vi voglio far perdere tempo; andate direttamente alla raccolta del gennaio 1990. Correva l’anno del congresso di Rimini: dopo una disastrosa gestione di segreteria del giovane Fini, il MSI-DN era ridotto ai minimi termini. La fiamma era un lumicino e passava in mano all’antico antagonista di Almirante: Pino Rauti. Rauti era esponente di un fascismo “di sinistra”, movimentista, ecologista, nazional-popolare. Ebbene il giovane Fini arriva al congresso e tenta la carta della disperazione: si fa scrivere un lunghissimo discorso che è il copia-e-incolla di tutte le tesi più ardite di Rauti. Andate, leggete, constatate. Colui che a Sorrento era stato il lirico profeta del “fascismo del duemila”, a Rimini diventa più rautiano di Rauti. E perde il congresso. Negli anni successivi la sua intensa modalità trasformativa lo avrebbe condotto di traguardo in traguardo. Ora il copia-e-incolla è direttamente dalle prime due pagine di “Repubblica”. Mentre i finiani di “Fare Futuro” si divertono a scopiazzare la terza pagina de “Il Manifesto”. Fini non è mai stato fascista, bisogna dargliene atto. Ma nelle adunate sanguigne e carnali dell’MSI faceva il più-che-fascista. A Gerusalemme è stato solidale con le vittime della Shoah; ai mussulmani promette il Corano nelle Scuole. Ha abbracciato i gay, dissociandosi dal suo sosia che una volta espresse la stolta opinione che i gay non possono insegnare nelle scuole. Ha aderito al PDL, dopo aver definito il progetto-PDL come “le comiche finali”. Dio non voglia che un domani si affermi in Italia un dittatore-cannibale, alla maniera di Bokassa… come cambierebbero i gusti culinari del nostro? Fini ha cavalcato per anni la paura per l’immigrazione sregolata. Ora promette cittadinanza e lavoro sicuro a tutti gli immigrati. E chiama pure “stronzi” quelli che si oppongono al concetto di accoglienza illimitata: in pratica il 99,9% dei suoi elettori…
3. Qui arriviamo alla terza modalità della fenomenologia finiana. Accondiscendente con i poteri consolidati, mimetico nei pronunciamenti, Fini è sostanzialmente gerarchico - autoritario nei confronti dei suoi collaboratori e dei suoi militanti. Fu Fini a ideare una stravagante alleanza con Segni che ridusse notevolmente i consensi di AN alle europee del 1999. Ma dopo la batosta Fini si presentò in Assemblea Nazionale e scaricò tutta la colpa sui colonnelli: gli diede anche una fantozziana punizione mandandoli a raccogliere firme sulla sabbia d’estate per uno dei tanti referendum… I militanti missini-aennini per Fini sono sostanzialmente degli Ascari: gente che deve obbedire a prescindere e seguire il capo in ogni sua trasformazione. Ma per questo atteggiamento Fini a un certo punto ha perso AN. Stanchi del tatticismo finiano, i militanti missini hanno aderito al progetto del Popolo della Libertà. Per questo anche Fini, obtorto collo, ha dovuto aderire a quel programma unitario che aveva improvvidamente bollato con una stroncatura cinematografica: “siamo alle comiche finali”. Cambiano i contesti, ma il comportamento di Fini tecnicamente non cambia. Fini ha fatto col PDL come faceva con AN: lo ha messo sotto processo… ha cominciato a punzecchiarlo riprendendo tutte le argomentazioni che utilizzano quei poteri mediatici, economici, politici che si oppongono al PDL. In tal modo Fini ambiva a rovesciare Berlusconi e a guidare un “nuovo PDL” alla sua maniera gerarchico-autoritaria. Alla fine il PDL lo ha espulso come se fosse un corpo estraneo, esattamente come pochi anni fa la base di AN lo ha abbandonato, aderendo con entusiasmo al movimento unitario.
Chi scrive ha cercato di dimostrare in un libro di prossima pubblicazione (una storia della destra italiana da Almirante a Berlusconi) che non solo Fini non è il co-fondatore del PDL, ma neppure può essere considerato il fondatore della moderna destra di governo in Italia. La destra di governo nasce sostanzialmente per impulso di Silvio Berlusconi: un impulso portato avanti da Fisichella e Tatarella. Fini è stato, fino a un certo punto, un buon esecutore di questo progetto. Ma senza Berlusconi AN non sarebbe mai nata; e certo non poteva nascere dai lombi di chi pochi mesi prima della discesa in campo di Silvio Berlusconi si lanciava in una lirica profezia del “fascismo del duemila” per poter gestire un elettorato nostalgico del 5-7% rimpolpato dall’arrivo di qualche ex-democristiano.
Fini non è il co-fondatore del PDL. Non ne sarà neppure l’affondatore. Ma attenzione. Se la maggioranza dei militanti della destra sta con Berlusconi, sta con i Gasparri, gli Alemanno, i La Russa, i Franz Turchi; una parte minoritaria ma non minima potrebbe continuare a votare per automatismo Fini e Ronchi, Bocchino e Granata. Per questo Fini ha smesso di parlare di “generazioni” (Generazione Italia…Generazione Balotelli…) ed è tornato ad accarezzare l’elettorato destrorso lanciando la sigla – come sempre originalissima – di “Azione Nazionale”. Riciclaggio totale di parole che ronzano ormai prive di ogni contenuto: Alleanza Nazionale + Azione Giovani = Azione Nazionale.
Noi pensiamo che la destra nazionale e modernizzatrice oggi trovi il suo posto naturale nel PDL. E faremo di tutto per dimostrarlo nel prossimo futuro.
30 luglio 2010
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