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Molti si chiedono quale sia il progetto di Fini e a cosa punti il presidente della Camera con la sua iniziativa “legalitaria” condotta da personaggi – Italo Bocchino e Fabio Granata in primis – che hanno scelto di indossare i panni di novelli Torquemada per puro opportunismo.
di Giorgio Stracquadanio
Granata, come è a tutti noto, infatti sostiene in Sicilia il governatore Lombardo – che è sotto inchiesta e quindi, secondo i dettami finiani dovrebbe dimettersi – e Bocchino ha subito in passato lo stesso tipo di persecuzioni giudiziarie che oggi l'eclettico deputato napoletano brandisce contro il suo partito.
Chi ha scritto di terzi poli, di nuove aggregazioni politiche, di ambizioni quirinalizie e di consimili progetti di carriera ha ecceduto in dietrologia e ha ricevuto ieri dal quotidiano che più di ogni altro sostiene l'azione finiana in questa fase – il Corriere della Sera – la più chiara delle smentite. “L'idea di uscire dal Pdl – scriveva ieri Maria Teresa Meli – non gli passa nemmeno per l'anticamera del cervello” e ha bisogno di tempo per “costruire il 'suo' partito, un partito della «destra moderna, aperta e laica», un po' sulla stregua di Generazione Italia”, che sorga dalle ceneri del demolito Pdl.
La verità è che il “piano” di Fini è banale e prevedibile, come sono stati tutti i progetti di conquista della leadership del centrodestra che l'uomo è stato capace di concepire dal 1994 ad oggi: la rottura con la Lega, l'Elefantino con Mario Segni, la scorciatoia referendaria dell'estate successiva, l'eterna verifica della legislatura 2001 – 2006, il “cambio di passo” invocato – guarda un po' – dalle colonne del Corriere della Sera dopo l'approvazione della seconda finanziaria Prodi nel 2007, l'alleanza con Di Pietro successiva al Predellino berlusconiano di Piazza San Babila, che Fini descrisse sprezzantemente come “le comiche finali”.
Nella prima parte di questa legislatura Fini ha cercato di darsi un'immagine di modernità, sposando qualche idea politicamente corretta della sinistra, di modo da rendersi un interlocutore interessante per l'establishment ideologico e culturale dominante. Ha dovuto fare anche qualche sacrificio personale, quando gli è toccato – per dare dello “stronzo” a “chi pensa che gli stranieri siano diversi” – dare qualche carezza sulla testa di ignari bambini neri di una scuola romana: tutti quanti, nel centrodestra, sanno infatti come l'algido presidente della Camera sia un po' schifiltoso e ricordano che – quando Silvio Berlusconi lo trascinava nei bagni di folla di campagna elettorale – l'allora leader di An ad ogni mano che stringeva suo malgrado, si pulisse passandola sui pantaloni, con un espressione di disgusto aristocratico nei confronti della gente che si esaltava al contatto con il carismatico Silvio.
In quella stessa fase ha curato il suo look, seguendo l'esempio di D'Alema, che scoprì la grisaglia e le scarpe artigianali da un milione l'una quando conquistò – per una breve ma ricca stagione – Palazzo Chigi. Fini, infatti, ha smesso di acquistare i vestiti da Cenci, il lussuoso negozio vicino a Monte Citorio, e si è affidato alle cure del sarto napoletano di Italo Bocchino. Sono così spariti quei pantaloni con il girovita a metà torace e quelle giacche un po' squadrate che ne sottolineavano la rigidità corporea (Fini è sempre impettito come a una cerimonia in onore dei caduti) e sono arrivati abiti più morbidi, accostamenti di colore più fantasiosi, tanto da far scrivere a Giampaolo Pansa che l'uomo è “tutto chiacchiere e cravatte rosa”.
Una volta riposizionato – e felicemente risposato – Gianfranco Fini ha seguito il copione che aveva in mente da tempo. Ha puntato le sue carte innanzitutto sulla bocciatura del “lodo Alfano” da parte della Corte Costituzionale. Egli, come il Capo dello Stato, era ben consapevole che quella legge avrebbe stabilizzato la legislatura, ma a differenza di Napolitano che ha sperato in una sentenza favorevole, si è mosso nella direzione opposta, dimostrandosi del tutto distaccato dal premier prima e dopo il giudizio della Consulta.
Così, quando Berlusconi ha cercato un nuovo scudo giudiziario contro l'iniziativa delle procure, prima ha bocciato la proposta della “prescrizione breve” avanzata da Niccolò Ghedini, poi ha contro offerto e imposto il “processo breve”, su indicazione della presidente della commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno. Quindi ha lasciato che il provvedimento fosse approvato dal Senato, sotto il fuoco delle polemiche della sinistra a cui i suoi fedelissimi non hanno mai risposto, e – una volta che la legge è giunta alla Camera – con una intervista a la Repubblica – l'ha collocata su un “binario morto”.
Così ha lasciato al premier solo uno strumento difensivo nei confronti della mattanza processuale: il legittimo impedimento. Una legge a scadenza, da rimpiazzare entro diciotto mesi con una impossibile (viste le condizioni politiche) legge costituzionale, tale da metterlo in condizione di avere il tempo necessario per costruire la sua alternativa antagonista a Silvio Berlusconi.
Ha portato quindi, con il controcanto sistematico nei confronti del premier, il Pdl ad una Direzione Nazionale nella quale ha lanciato il vero guanto di sfida: la legalità. Prima causa occasionale: la vicenda giudiziaria di Nicola Cosentino, messo sotto schiaffo dalla procura napoletana, con l'attivo sostegno del quotidiano che fa riferimento ad Italo Bocchino, Il Roma, che ha pubblicato costantemente in anteprima le iniziative della procura nei confronti del coordinatore regionale del Pdl.
Lo scontro tra Fini e Berlusconi ha raggiunto l'apice proprio in quella riunione della Direzione. E fu lì che la maggioranza del Pdl si è dimostrata imbelle e incapace di reagire. Venne infatti approvato un documento tanto intransigente quanto inutile: una grida manzoniana rimasta sulla carta, che ha trasformato il gruppo dirigente del Pdl in una “tigre di carta” in ostaggio del manipolo di guastatori.
È stato questo il segnale che le procure politicizzate aspettavano: nel partito di Berlusconi si era aperta una breccia che minava l'organizzazione dall'interno. E se non si può, per ora, andare all'attacco del premier, si può fare terra bruciata intorno a lui, colpendo quanto più possibile con inchieste pirotecniche come quella sulla “cricca” prima, sulla “nuova loggia P3” poi.
L'idea, il teorema è quello che vuole rappresentare il mondo berlusconiano come il regno dei “quaranta ladroni” e il premier come Alì Babà. Con l'aggiunta della ricorrente tesi del partito nato da una costola di Cosa Nostra, tesi accarezzata anche da Fabio Granata. Tutto questo, intanto, ha paralizzato l'azione del governo e ha trasformato il Pdl in un Vietnam, con un immagine devastante di rissa continua, in cui la minoranza criminalizza la maggioranza, come ha ben colto il Re dei giustizialisti, Antonio Di Pietro, che ha offerto a Fini di rinnovare una già sperimentata alleanza forcaiola.
Purtroppo si sono persi mesi preziosi nel tentativo di raggiungere un accordo impossibile, lasciandosi depistare dalle richieste formali e pretestuose di Fini (il partito, le quote, i coordinatori, il coordinatore unico, le fondazioni, etc.).
Una marea di pretesti utili a guadagnare tempo, a mantenere aperta la breccia in cui si è inserito il partito delle toghe (che non sono più rosse, ma sono solo toghe) e a dimostrare che non si può approvare alcuna legge sulla giustizia perché la minoranza mai esplicitata nei numeri, ma forte dell'abuso dei poteri del Presidente della Camera, si arroga un diritto di veto contro tutte le decisioni politiche del partito, come è avvenuto nel caso della legge sulle intercettazioni.
Le prossime tappe del piano sono già segnate: durante l'estate, che si approvi o meno questa legge sulle intercettazioni, si rovesceranno sui quotidiani centinaia di pagine di atti giudiziari (costano meno delle sostituzioni estive e rendono di più). In questi giorni, infatti, nessuno ha pubblicato nulla nel timore che si possa spingere il Parlamento a un rafforzamento delle norme all'acqua di rosa volute da Fini.
In autunno è probabile che la Corte costituzionale dichiari l'illegittimità delle legge sul legittimo impedimento e che il premier resti a quel punto senza scudo, dopo che tutto il suo “inner circle” sarà stato crocefisso. Sarà allora che Napolitano chiederà a Silvio Berlusconi di fare un passo indietro. E sarà allora che Fini rivendicherà il suo ruolo di co-fondatore e quindi di co-vincitore delle elezioni del 2008. E in nome della continuità politica con il voto popolare e del suo ruolo istituzionale, otterrà il mandato a formare il governo.
Ma, contrariamente a quanto tutti pensano, Fini non cercherà una maggioranza “istituzionale” volta a cambiare la legge elettorale e a portare il Paese alle urne in primavera. No, egli cercherà di piegare un Berlusconi ormai alle corde promettendogli un salvacondotto giudiziario personale in cambio dell'impegno a dare la fiducia al governo Fini sia dai parlamentari del Pdl che dalla Lega Nord. E per ottenere il risultato cercherà anche di formare un esecutivo politico con qualche “tecnico” che piace molto agli ambienti che oggi lo sostengono nell'opera di deberlusconizzazione.
Lascerà al suo posto Giulio Tremonti, almeno all'inizio, e cercherà di arrivare a fine legislatura portando a casa qualche risultato di immagine, per poi ricandidarsi come leader della “destra moderna, aperta e laica”. Fini si è talmente innamorato di questo schema – mal copiato da quello con cui Sarkozy ha vinto in Francia su Chirac – che anche se non si è sposato con Carla Bruni, si sente già lanciato nell'orbita europea: da Presidente della Camera ha organizzato un convegno al giorno per crearsi una reputazione da Statista (così lo ha definito il sito di Generazione Italia).
Vi sembra un piano banale? Lo è, come lo è l'uomo che lo ha concepito. Ma sta funzionando. Perché la prima parte, la deberlusconizzazione del Paese, ha molti appigli nei gangli del potere. E visto che la via politica, quella giudiziaria, quella scandalistica, quella internazionale non sono riuscite scalzare di sella Berlusconi e considerato che nemmeno l'età frena la forza morale dell'uomo che più di ogni altro ha saputo conquistare e tenere vivo il consenso popolare e che può ancora rendere democratico un Paese dominato da élite e corporazioni, il cavallo di Troia di nome Fini può essere “l'utile idiota” per riuscire nell'impresa.
28 luglio 2010
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